Lingua friulana, a Udine l’allarme sui parlanti: persi 160 mila in dieci anni
Nel dibattito promosso dal Patto per l’Autonomia-Civica FVG il punto sulla legge del 1996, sul calo dei parlanti e sulle prospettive.
UDINE - Trent’anni dopo la legge regionale che ha introdotto la prima tutela organica della lingua friulana, il nodo emerso con più forza è uno: i parlanti diminuiscono e, secondo i relatori intervenuti a Udine, serve un cambio di passo nelle politiche linguistiche regionali. Il dato citato nel confronto è quello di 160 mila parlanti in meno in dieci anni, indicato come segnale di una difficoltà crescente nel garantire continuità e trasmissione del friulano.
Il tema è stato al centro dell’incontro “Lingua friulana. Un bilancio trent’anni dopo la prima legge di tutela”, promosso dal gruppo consiliare Patto per l’Autonomia-Civica FVG e ospitato ieri, 25 giugno 2026, a Udine. A moderare il dibattito è stato Elia Mioni, direttore editoriale de “Il Passo Giusto”.
La legge del 1996 e il bilancio a trent’anni
Al centro del confronto c’era la legge regionale 15 del 1996, considerata il provvedimento cardine per la tutela e la promozione della lingua e della cultura friulana. Sergio Cecotti, già presidente della Giunta regionale e sindaco di Udine, ha ricostruito il percorso che portò all’approvazione della norma, ricordando come nacque da una volontà politica trasversale.
Cecotti ha sottolineato che la legge entrò in vigore tre anni prima della legge statale 482 del 1999, la norma quadro attuativa dell’articolo 6 della Costituzione. Tra gli effetti richiamati nel suo intervento ci sono l’introduzione di strumenti di programmazione e coordinamento, l’uso del friulano negli atti amministrativi e nelle comunicazioni ufficiali degli enti locali, la definizione della grafia ufficiale e il sostegno ad attività culturali diffuse.
Secondo l’ex presidente della Regione, quella scelta era legata all’idea che la politica linguistica fosse parte integrante dell’autonomia regionale. Oggi, ha osservato, quell’impostazione si sarebbe indebolita, fino a ridurre l’intervento pubblico a una funzione delegata.
Nel dibattito è stato richiamato anche il lavoro svolto da [Arlef sui social per la lingua friulana riconosciuti come modello europeo], come esempio di strumenti e canali che negli anni hanno contribuito a dare visibilità al friulano anche fuori dal territorio regionale.
Le criticità emerse: meno parlanti e spinta affievolita
Stefania Garlatti-Costa, consigliera comunale di Udine con delega all’identità friulana e al plurilinguismo, ha ricordato il clima che seguì l’approvazione della legge, descritto come una fase di forte aspettativa e progettualità. In quel contesto, ha spiegato, nacquero anche esperienze imprenditoriali collegate alla lingua e l’Università di Udine attivò un percorso di laurea per traduttori e interpreti in friulano.
A suo giudizio, però, quella spinta negli anni si è affievolita. Pur riconoscendo i passi avanti compiuti, dagli strumenti informatici all’insegnamento del friulano a scuola, Garlatti-Costa ha sostenuto che questi risultati non bastano da soli a garantirne il futuro. Nel suo intervento ha indicato il Galles come riferimento per possibili buone pratiche, ricordando come lì siano state adottate misure capaci di rilanciare una lingua in una situazione iniziale ancora più difficile.
Il ruolo delle istituzioni e la richiesta di nuove competenze
Lorenzo Fabbro, già presidente dell’Agenzia regionale per la lingua friulana, ha insistito sulla necessità di una “politica linguistica di valore”, cioè capace di incidere concretamente nella società e condivisa con il maggior numero possibile di soggetti, sia nella fase di definizione sia in quella di attuazione.
Nel suo intervento ha spiegato che, per ottenere risultati, servono sostegno politico e legislativo ma anche enti di riferimento con un ruolo attivo, non limitato alla pianificazione. Secondo Fabbro, queste strutture dovrebbero coordinare, organizzare, dialogare, monitorare l’applicazione delle misure e sostenere con continuità i soggetti coinvolti.
Nelle conclusioni, Massimo Moretuzzo, capogruppo del Patto per l’Autonomia-Civica FVG, ha definito la legge regionale 15 del 1996 un passaggio politico e istituzionale di rilievo, nato da un lavoro d’aula approfondito e trasversale. Per Moretuzzo, però, il punto oggi è ripartire da quel percorso per invertire il calo costante dei parlanti.
In questa prospettiva ha ribadito la richiesta di una nuova norma di attuazione dello Statuto di Autonomia che allarghi le competenze regionali in materia di lingue minoritarie. Un tema già entrato nel confronto politico regionale, anche sul fronte delle [norme di attuazione dello Statuto di Autonomia], che secondo Moretuzzo il Consiglio regionale aveva approvato quasi all’unanimità oltre due anni fa, senza che la Giunta abbia ancora trasformato quell’indirizzo in una proposta da portare alla Commissione paritetica Stato-Regione.