Veneto, le imprese crescono ma l’artigianato arretra: Verona pesa per oltre un terzo del saldo

Nel trimestre luglio-settembre 2026 il Veneto guadagna 1.055 imprese registrate, mentre le attività artigiane diminuiscono di 209 unità. La fotografia Movimprese mostra un territorio tutt’altro che uniforme.

26 ottobre 2026 09:09
Veneto, le imprese crescono ma l’artigianato arretra: Verona pesa per oltre un terzo del saldo -
Condividi

VENETO — Il Veneto ha chiuso l’estate con più imprese registrate di quante ne avesse a inizio trimestre, ma dentro quel segno positivo c’è una frattura che interessa direttamente città, quartieri produttivi e filiere locali. Tra luglio e settembre 2026 le iscrizioni al Registro delle imprese sono state 4.680 e le cessazioni 3.625, al netto delle cancellazioni d’ufficio: il saldo è di 1.055 attività in più. Alla fine di settembre lo stock regionale ha raggiunto 456.013 imprese, +0,23% sul trimestre precedente.

La stessa fotografia, letta dal lato artigiano, va nella direzione opposta: 1.476 iscrizioni contro 1.685 cessazioni, con un saldo di 209 imprese in meno e una variazione dello 0,18% in negativo. Non sono due dati incompatibili e non autorizzano a dire che l’economia veneta stia complessivamente bene o male. Dicono qualcosa di più preciso: il tessuto produttivo sta cambiando composizione e lo fa in modo diverso da provincia a provincia.

I dati arrivano dalla rilevazione Movimprese di Unioncamere e InfoCamere, costruita sulle iscrizioni e sulle cessazioni del Registro delle imprese. È bene usare questa lente per ciò che misura davvero: il numero delle attività registrate. Non misura il fatturato, gli addetti, la qualità del lavoro né la salute finanziaria di ogni singola azienda. Un saldo positivo non equivale quindi automaticamente a più occupazione; una cessazione non racconta da sola il motivo per cui un’impresa si ferma.

Verona concentra il 36% della crescita regionale

Il primo elemento concreto è geografico. Verona ha registrato 1.073 nuove iscrizioni e 695 cessazioni: il saldo di +378 vale circa il 36% dell’intero incremento veneto. È il risultato più alto della regione, sia in valore assoluto sia come tasso di crescita (+0,42%). Dietro arrivano Padova (+169), Venezia (+164), Vicenza (+160), Treviso (+136), Rovigo (+36) e Belluno (+12).

Questo non significa che nelle altre province “non succeda nulla”, né che Verona da sola spieghi la situazione regionale. Significa però che il saldo complessivo non è distribuito in modo omogeneo. Per un amministratore, per chi cerca spazi produttivi o per un fornitore locale, è un dato pratico: leggere il Veneto come un unico mercato può nascondere dinamiche territoriali molto diverse. La crescita delle imprese registrate nel Veronese ha un peso rilevante nel risultato regionale, mentre i saldi più piccoli nelle altre province richiedono analisi più vicine alle singole filiere.

Il confronto con il terzo trimestre 2025 aggiunge un dettaglio: il +0,23% veneto è appena superiore al +0,22% di un anno prima. Non è un’accelerazione tale da giustificare titoli trionfalistici, ma nemmeno un dato isolato da liquidare. Il punto utile è che il saldo positivo nasce da un numero di nuove iscrizioni superiore alle cessazioni, non da una stima o da una previsione.

Il controcanto: meno attività artigiane in cinque province

La divergenza diventa netta nel comparto artigiano. A fine settembre le imprese artigiane registrate in Veneto sono 117.590. Nel trimestre il saldo regionale è -209, mentre nello stesso periodo del 2025 il tasso era +0,12%. Soltanto Verona (+33), Belluno (+6) e Treviso (+1) chiudono con un saldo non negativo. Venezia perde 114 attività artigiane, Padova 81, Rovigo 31 e Vicenza 23.

È una lettura distinta, non una contraddizione statistica. L’artigianato è una qualifica che attraversa attività diverse — costruzioni, manifattura, riparazioni, servizi — e non coincide con tutte le imprese della provincia. Per questo il Veneto può crescere nel totale delle iscrizioni pur avendo un trimestre negativo nelle imprese artigiane. La rilevazione nazionale segnala inoltre una dinamica più vivace delle società di capitali: nel terzo trimestre sono cresciute di 14.529 unità in Italia, contribuendo al 79% del saldo complessivo. È un contesto utile per interpretare il cambiamento delle forme d’impresa, ma non permette di attribuire automaticamente lo stesso peso a ogni singola provincia veneta.

La tendenza di lungo periodo dell’artigianato regionale era già emersa nel nostro approfondimento su 13.600 imprese artigiane in meno in Veneto nell’arco di dieci anni. Il nuovo dato trimestrale non prova una causa unica e non va trasformato in una sentenza sui mestieri. Rafforza però un fatto osservabile: per laboratori, microimprese e attività di servizio il ricambio non è uniforme e la presenza sul territorio resta un tema economico oltre che quotidiano.

Per residenti e committenti la questione è anche di prossimità

Il numero di imprese non è una graduatoria astratta. Una rete artigiana più sottile può incidere sulla possibilità di trovare manutenzione, lavorazioni su misura, riparazioni e subfornitura vicino a casa o vicino allo stabilimento. Non si può dedurre dal saldo trimestrale che mancherà un determinato servizio in una certa via, perché il Registro non localizza in questo modo l’offerta effettiva. Si può però dire che costruzioni, manifattura, installazione e riparazione dipendono da una base di imprese diffuse, spesso piccole, e che ogni variazione merita di essere letta insieme a competenze, ricambio generazionale, tempi burocratici e accesso agli investimenti.

Il divario di competenze è un’altra parte del quadro, non una spiegazione automatica del calo. A Verona, ad esempio, le imprese hanno programmato 12.110 entrate nel solo mese di settembre e hanno indicato difficoltà di reperimento per il 52,1% delle posizioni previste: numeri e significato sono ricostruiti nell’analisi di Nordest24 sul mismatch tra imprese e candidati nel Veronese. Le entrate programmate non sono assunzioni già effettuate, ma aiutano a capire perché la disponibilità di persone e di competenze rimanga una variabile concreta per chi vuole aprire, cedere o far crescere un’attività.

Per le aziende che lavorano in filiera, la conseguenza pratica è evitare decisioni basate sul solo dato regionale. Un committente che cerca lavorazioni specializzate, una piccola impresa che deve sostituire un fornitore o un giovane che valuta un’attività dovrebbe verificare domanda locale, bacino di competenze e collegamenti, non soltanto il saldo totale delle imprese. Il trimestre racconta proprio questo: un Veneto dinamico nel totale, ma non uniforme nei suoi nodi produttivi.

Credito e investimenti: strumenti in movimento, non risultati già acquisiti

La risposta istituzionale al cambiamento non passa soltanto dai contributi. Il 5 ottobre Regione Veneto e Cassa Depositi e Prestiti hanno avviato un confronto su credito, garanzie, finanza alternativa, venture debt e sostegno all’internazionalizzazione. La nota della Regione parla di un possibile percorso di approfondimento per strumenti di co-investimento: non di un fondo già operativo né di risorse immediatamente disponibili per qualunque impresa.

È una distinzione decisiva. Gli strumenti nominati — basket bond, Fondo rotativo imprese, controgaranzie, venture debt — hanno destinatari, requisiti e tempi diversi. Per una microimpresa o per un laboratorio, l’annuncio di un tavolo non sostituisce un bando aperto o un finanziamento già deliberato. Per una PMI più strutturata, invece, segnala che la Regione sta cercando di integrare canali di finanziamento diversi da quelli tradizionali.

Nel frattempo esistono anche accordi più circoscritti. La convenzione raccontata da Nordest24 tra Bvr Banca Veneto Centrale e Consorzio Veneto Garanzie, per esempio, prevede operazioni fra 50mila e 500mila euro con garanzia fino all’80%, ma resta sottoposta a istruttoria e merito creditizio. È un caso utile per capire la differenza fra uno strumento disponibile in una rete definita e una politica regionale ancora in costruzione: non sono alternative equivalenti e non vanno confuse.

Che cosa osservare nei prossimi mesi

Il trimestre non offre una diagnosi definitiva, ma fissa alcuni punti verificabili. Il Veneto ha più imprese registrate rispetto a giugno; Verona dà il contributo maggiore al saldo; l’artigianato regionale è invece in calo e la contrazione pesa soprattutto su Venezia e Padova. Il prossimo passaggio sarà capire se la distanza tra totale delle imprese e imprese artigiane resta un episodio trimestrale o si consolida, e come evolveranno le differenze provinciali.

Per interpretare correttamente gli aggiornamenti conviene mantenere quattro domande separate: quante imprese vengono iscritte e cessano; in quali province; con quale forma giuridica; in quali attività artigiane o non artigiane. Solo dopo si possono mettere in relazione i dati con occupazione, domanda di competenze, credito e investimenti. Mescolare tutto in un unico indicatore porta a conclusioni veloci ma poco utili.

La fotografia di settembre, in sostanza, non racconta né un Veneto fermo né una crescita uguale per tutti. Racconta un sistema che continua a generare nuove imprese, con Verona in posizione trainante, mentre una parte essenziale della sua infrastruttura produttiva — l’artigianato diffuso — attraversa un trimestre in arretramento. Per chi abita, lavora o investe nella regione è il dato da tenere insieme: il totale cresce, ma la qualità della presenza economica sul territorio dipende anche da ciò che il totale non mostra.

Le migliori notizie, ogni giorno, via e-mail