Venezia, “I figli della scimmia” porta al cinema la fatica delle famiglie con disabilità

Premiato alla Mostra di Venezia, il film di Tommaso Landucci accende il confronto su disabilità, cura e isolamento familiare.

20 settembre 2026 23:25
Venezia, “I figli della scimmia” porta al cinema la fatica delle famiglie con disabilità -
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VENEZIA - Alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, “I figli della scimmia”, opera prima di Tommaso Landucci, ha riportato al centro un tema che riguarda molte famiglie: il peso quotidiano della cura, la fragilità dei genitori e la necessità di un sostegno reale da parte della comunità e dei servizi. Il film è stato premiato nella sezione Orizzonti per la migliore sceneggiatura, firmata da Landucci con Damiano Femfert, e per la migliore interpretazione maschile assegnata a Riccardo Scamarcio.

Al centro della storia c’è Dario, interpretato da Scamarcio, un padre che dedica ogni energia all’assistenza del figlio con disabilità. Un equilibrio che si incrina quando incontra il nipote adolescente: nel rapporto con lui emergono passioni condivise, nuove energie e, soprattutto, la proiezione di quel “figlio ideale” mai avuto. È da qui che il film sviluppa il suo nodo più delicato, mostrando quanto il confine tra dedizione, dovere e desiderio di evasione possa diventare sottile.

Il significato del titolo e il cuore del racconto

Il titolo richiama la favola di Esopo della madre scimmia che, concentrando un amore soffocante su uno dei piccoli, finisce per schiacciarlo, mentre l’altro cresce nell’ombra. Una metafora che, nelle intenzioni del regista, si traduce in un racconto sulle tensioni profonde che possono attraversare le relazioni familiari quando la cura diventa totalizzante.

Il film affronta così un aspetto poco raccontato: non solo la condizione della persona con disabilità, ma anche la stanchezza, il conflitto interiore e i desideri inespressi di chi se ne prende cura ogni giorno. Una prospettiva che si allontana sia dalla rappresentazione pietistica sia da quella del genitore-eroe, sempre forte e infallibile.

Il richiamo del CNDDU: il sostegno non può ricadere solo sulla famiglia

Sul significato sociale dell’opera è intervenuto il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, che ha accolto con attenzione la presentazione del film a Venezia. Per il Coordinamento, “I figli della scimmia” mette in discussione l’iconografia tradizionale della disabilità e restituisce al genitore una dimensione pienamente umana, fatta anche di fragilità e fatica.

Il punto indicato dal CNDDU è concreto: la cura di una persona con disabilità non può trasformarsi in un carico affidato interamente al singolo nucleo familiare. Quando i genitori restano soli davanti alla complessità della quotidianità, il rischio è quello dell’isolamento, con ripercussioni sulle relazioni e sull’equilibrio emotivo della famiglia.

Locandina: Venezia, “I figli della scimmia” porta al cinema la fatica delle famiglie con

Secondo il Coordinamento, il riferimento è ai principi dell’articolo 23 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità: il sostegno integrato alle famiglie non è una concessione, ma un dovere preciso delle istituzioni e della comunità.

Scuola, servizi e comunità nel dibattito aperto dal film

Per il CNDDU, la rete composta da istituzioni, servizi territoriali e scuola deve funzionare come un’infrastruttura sociale capace di sottrarre le famiglie alla solitudine e di garantire, insieme, il diritto dei figli a una crescita serena e quello dei genitori a non essere travolti dal proprio ruolo.

Da qui la richiesta di portare un’opera come “I figli della scimmia” oltre i festival e oltre le sale cinematografiche, facendone uno strumento di confronto anche negli spazi educativi. L’obiettivo indicato è aprire nelle scuole una riflessione realistica ed empatica sulle dinamiche che possono svilupparsi attorno alle persone con disabilità e alle loro famiglie.

Il film di Tommaso Landucci, premiato a Venezia anche per l’interpretazione di Riccardo Scamarcio, diventa così il punto di partenza per una discussione che tocca non solo il cinema, ma il modo in cui una comunità sceglie di condividere la responsabilità della cura.

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