Vicenza invecchia, ma cambia soprattutto il modo di vivere l’età anziana

In provincia oltre 213 mila persone hanno 65 anni o più: i dati spiegano perché assistenza domiciliare, abitazioni accessibili e lavoro di cura sono ormai una questione locale.

08 ottobre 2026 11:09
Vicenza invecchia, ma cambia soprattutto il modo di vivere l’età anziana -
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VICENZA – La questione non è più se la popolazione invecchia, ma quale città e quali servizi servono a una popolazione che vive più a lungo. In provincia di Vicenza i residenti con 65 anni o più sono 213.689 su 879.255: il 24,3% del totale. Il dato, ottenuto sommando le classi d’età della banca dati demografica della Regione Veneto aggiornata al 1° gennaio 2025, dà una misura concreta a un cambiamento che si vede nelle famiglie, nei quartieri, nei servizi sanitari e sociali, nelle imprese che cercano personale e nel mercato della casa.

Gli Stati Generali della Terza Età, in programma l’8 e 9 ottobre tra Seminario Vescovile e Basilica Palladiana, arrivano quindi in un momento molto preciso. Il programma ufficiale della terza edizione mette al centro invecchiamento attivo, lavoro, benessere, cohousing e sostenibilità. Non è soltanto il titolo di un convegno: sono i nodi che il Vicentino deve affrontare per fare in modo che vivere più a lungo significhi poter restare autonomi il più possibile, e non semplicemente spostare sulle famiglie costi e responsabilità sempre più pesanti.

Una provincia relativamente giovane, ma già oltre la soglia di un anziano ogni quattro residenti

Nel confronto veneto Vicenza non è la provincia con l’età media più alta: secondo il focus Istat sul Censimento permanente 2024, l’età media è 46,5 anni, inferiore ai 47,1 della media regionale. Sarebbe però fuorviante leggere questo dato come un margine di tranquillità. Nello stesso prospetto l’indice di vecchiaia vicentino è 197,2: significa quasi 197 persone di 65 anni e oltre ogni 100 ragazzi fino a 14 anni. L’indice di dipendenza degli anziani è 37,4, cioè per cento persone tra 15 e 64 anni ce ne sono oltre 37 che hanno almeno 65 anni.

La struttura per età aiuta a capire la scala del cambiamento. Nella banca dati regionale le fasce dai 65 anni in avanti superano le 213 mila persone; quelle da 85 anni in su sono 35.112. Non sono numeri equivalenti a non autosufficienza, né autorizzano a confondere l’età con il bisogno di cura. Dicono però che aumentano le persone e le famiglie per cui diventano decisive la continuità delle cure, l’accessibilità dell’abitazione, i trasporti di prossimità e una rete che eviti l’isolamento.

Il fenomeno è regionale e ha cause note, non una singola emergenza locale. La Regione indica che in Veneto la quota di over 65 è passata dal 19% nel 2005 al 25% nel 2025: incidono insieme una natalità bassa da molti anni e l’allungamento della vita. Nella sua analisi demografica, l’ufficio statistico regionale ricorda che oggi ci sono circa due anziani per ogni bambino o ragazzo fra 0 e 14 anni e che, nello scenario mediano delle previsioni, il rapporto può arrivare a tre a uno nel 2050. Sono proiezioni, non certezze, ma segnalano la direzione su cui programmare scuole, lavoro e welfare.

Autonomia non vuol dire soltanto assistenza sanitaria

Per chi vive questa trasformazione da figlio, nipote o vicino di casa, la prima domanda è spesso pratica: come si può continuare a vivere nel proprio quartiere quando gli spostamenti diventano più difficili o serve un aiuto regolare? La risposta non coincide con un solo servizio. L’autonomia dipende dalla combinazione fra medico e cure domiciliari quando necessarie, servizi sociali comunali, reti familiari, associazioni, abitazioni senza barriere, negozi e trasporti raggiungibili.

È qui che la demografia entra nella vita quotidiana. Un condominio privo di ascensore, un ambulatorio lontano o la perdita dei servizi di vicinato possono diventare problemi prima ancora di una condizione sanitaria grave. Al contrario, una casa adattabile, una rete di prossimità e un sostegno tempestivo alle persone fragili possono ritardare o rendere meno traumatico il passaggio a forme di assistenza più intensive. Il punto non è promettere che ogni bisogno si risolva a domicilio: è rendere la scelta tra casa, assistenza e residenzialità più consapevole e meno dettata dall’urgenza.

Nel dibattito vicentino il tema dell’abitare è concreto. Fra gli interventi di venerdì 9 ottobre agli Stati Generali è previsto un confronto sulle esperienze di cohousing, con il sindaco di Treviso Mario Conte, la realtà Ca’nostra di Modena e la Comunità di Sant’Egidio Veneto. Il cohousing non è una soluzione universale né un modello già trasferito automaticamente in ogni Comune: è una delle ipotesi da valutare accanto ai servizi esistenti, perché mette insieme spazi privati e luoghi condivisi, riducendo solitudine e costi di alcuni servizi. Nel Veneto esistono già sperimentazioni: Nordest24 ha raccontato il progetto di cohousing per anziani avviato a Montebelluna, finanziato nell’ambito del programma FESR. È un esempio utile per distinguere un progetto abitativo strutturato dalla semplice idea di “mettere insieme” persone anziane.

Il lavoro di cura riguarda anche imprese e occupazione

L’invecchiamento riguarda l’organizzazione del lavoro, non solo i bilanci delle famiglie. Quando manca una rete adeguata, chi assiste un genitore o un partner riduce ore, rinuncia a opportunità professionali o cerca soluzioni private in tempi brevi. Allo stesso tempo crescono i fabbisogni di professioni sanitarie, sociosanitarie, assistenza domiciliare, adattamento degli alloggi, tecnologie accessibili e servizi di mobilità.

Il nesso economico è evidente anche guardando al reddito. In Veneto, come ricostruito da Nordest24 sui dati elaborati dallo Spi Cgil, 272 mila pensionati percepiscono meno di mille euro lordi al mese: un elemento da tenere presente quando una famiglia deve valutare spese domestiche, assistenza o soluzioni abitative. Vale la pena leggere i dati sulle pensioni basse che incidono sulle scelte delle famiglie venete senza trasformarli in un dato sulla povertà di ogni anziano: redditi familiari, patrimonio e condizioni di salute sono diversi caso per caso. Ma l’accessibilità economica è una parte reale dell’autonomia.

Per le aziende il cambiamento impone almeno due domande. La prima è interna: con una forza lavoro che a sua volta invecchia e molti dipendenti impegnati nella cura di familiari, come si organizzano orari, flessibilità e welfare? La seconda è di mercato: quali servizi e prodotti saranno davvero utilizzabili da una clientela più anziana, senza limitarla a una categoria passiva? Il tema attraversa edilizia, commercio, trasporto, digitale, cultura e sanità. Non si tratta dunque di una “silver economy” fatta solo di consumi, ma della capacità di progettare beni e servizi comprensibili, accessibili e sostenibili.

Che cosa devono programmare Comuni e territorio

I dati non impongono una sola risposta, ma rendono più urgente una programmazione locale misurabile. Per i Comuni significa conoscere dove vivono le persone anziane sole, verificare l’accessibilità degli edifici e degli spazi pubblici, coordinare i servizi sociali con il distretto sanitario e rendere leggibili le porte di ingresso per le famiglie. Per il sistema sanitario e sociosanitario significa prevenzione, presa in carico appropriata e continuità, evitando che la complessità amministrativa ricada proprio su chi è più fragile.

La responsabilità non è soltanto degli enti pubblici. Associazioni, amministratori di condominio, commercianti di quartiere e imprese possono contribuire a una città più abitabile con scelte apparentemente minori: informazioni chiare, eliminazione degli ostacoli fisici, servizi di consegna e relazioni di vicinato. Ma senza una regia pubblica queste iniziative restano diseguali. Il tema della spesa e della capacità organizzativa dei Comuni è già emerso nel quadro della spesa sociale dei Comuni veneti per l’assistenza agli anziani: il dato demografico rende quella discussione ancora più attuale.

Gli Stati Generali non risolveranno da soli la questione, né il loro programma sostituisce le decisioni su risorse, personale e servizi. Possono però riportare al centro un fatto che i numeri vicentini descrivono chiaramente: l’anzianità non è un settore separato. È una trasformazione che riguarda abitare, lavoro, trasporti, salute e rapporti tra generazioni. Per Vicenza la sfida non è contare gli anni in più, ma costruire condizioni perché quegli anni possano essere vissuti con scelta, relazioni e dignità.

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