«Mi aspettavo un ospedale, ho trovato una famiglia»: questo è il CRO di Aviano | VIDEO

Elisa Coassin e Giuseppe raccontano a Patrick Ganzini l’Area giovani del CRO di Aviano: cure, scuola, musica e sport durante la malattia.

01 ottobre 2026 09:33
«Mi aspettavo un ospedale, ho trovato una famiglia»: questo è il CRO di Aviano | VIDEO - La dottoressa Elisa Coassin e Giuseppe
La dottoressa Elisa Coassin e Giuseppe
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AVIANO – Una diagnosi oncologica può cambiare improvvisamente la vita di un adolescente: interrompere la frequenza scolastica, allontanarlo dagli amici, modificare il rapporto con la famiglia e sospendere progetti appena cominciati. Nell’Area giovani del CRO di Aviano, il percorso di cura viene costruito anche attorno a questi bisogni, perché la malattia non occupi ogni spazio della crescita.

A raccontare questa realtà sono stati la dottoressa Elisa Coassin, responsabile dell’Area giovani e della radioterapia pediatrica, e Giuseppe, un ragazzo in cura per un linfoma di Hodgkin, ospiti della puntata speciale del mercoledì sera condotta da Patrick Ganzini su Nordest24.

L’intervista ha intrecciato spiegazioni cliniche, progetti educativi e una testimonianza personale. Ne è emerso il ritratto di un ambiente nel quale le terapie convivono con la scuola, lo sport, la musica, la scrittura e le relazioni. Un luogo che Giuseppe ha descritto con una parola semplice: famiglia.

Elisa Coassin: cure dedicate a una fase della vita particolare

La dottoressa Elisa Coassin ha chiarito il principio sul quale si fonda l’Area giovani: adolescenti e giovani adulti hanno esigenze che richiedono risposte specifiche, sia sul piano sanitario sia nell’organizzazione degli spazi e delle attività.

Un ragazzo che affronta un tumore sta attraversando, nello stesso tempo, una fase di trasformazione. Comincia a conquistare autonomia dai genitori, costruisce amicizie, vive i primi amori e immagina il proprio futuro. La scuola e lo sport sono anche luoghi nei quali riconoscersi e affermare la propria identità.

La diagnosi può interrompere questo percorso. Le autonomie appena raggiunte possono ridursi, gli incontri con gli amici diventare difficili e le giornate assumere ritmi dettati dalle terapie.

L’intuizione di Maurizio Mascarin e i vent’anni nel 2027

L’Area giovani nasce alla fine del 2006 ed entra in attività nel 2007. Il ventennale sarà celebrato nel 2027, come ricordato dalla responsabile durante la conversazione.

A ideare il progetto è stato il dottor Maurizio Mascarin, fondatore dell’Area giovani e oggi primario della radioterapia oncologica del CRO di Aviano.

La sua intuizione partiva da una necessità concreta: i servizi pensati per adulti e anziani non rispondono automaticamente alle esigenze degli adolescenti. Allo stesso modo, un reparto pediatrico organizzato per bambini molto piccoli non può rappresentare l’unica risposta per chi si sta avvicinando alla vita adulta.

Da qui la scelta di costruire un contesto dedicato, capace di unire trattamenti specifici e attenzione alla quotidianità. Accanto a medici, tecnici, infermieri e professionisti impegnati nella ricerca trovano spazio il supporto psicologico, la scuola in ospedale, la riabilitazione fisica, l’arteterapia e altre attività personalizzate.

Le specificità cliniche di adolescenti e giovani adulti

Durante l’intervista, Elisa Coassin ha spiegato perché questa fascia d’età richieda competenze cliniche dedicate.

Tra le malattie richiamate figurano linfomi, alcuni sarcomi, determinate forme di tumori cerebrali e tumori germinali, che possono interessare anche testicolo e ovaio.

A differenziare il percorso contribuiscono inoltre i cambiamenti della pubertà: evoluzione ormonale, accrescimento corporeo e caratteristiche biologiche possono incidere sulla risposta ai trattamenti e sulla loro tollerabilità.

Per questo l’équipe integra oncologi, pediatri, radioterapisti ed ematologi, mettendo in relazione le competenze dell’oncologia dell’adulto e di quella pediatrica.

La radioterapia pediatrica nella rete regionale

La dottoressa Coassin ha ricordato che il CRO rappresenta il centro di radioterapia pediatrica per il Friuli Venezia Giulia. Ad Aviano arrivano quindi anche bambini piccoli e piccolissimi per la parte del percorso che riguarda il trattamento radiante.

Il lavoro si svolge in collaborazione con gli altri istituti regionali. Nell’intervista sono stati citati il Burlo, con il suo ruolo di coordinamento della rete pediatrica, e la clinica pediatrica di Udine, insieme alle competenze della neurochirurgia udinese per i bambini con patologie neuro-oncologiche.

Questa collaborazione si inserisce nella rete nazionale AIEOP, l’Associazione italiana di ematologia e oncologia pediatrica, attraverso la condivisione di protocolli, linee guida e raccomandazioni nazionali e internazionali.

Per i bambini più piccoli, ha spiegato Coassin, può essere necessaria la sedazione durante la radioterapia. Con i ragazzi più grandi, invece, il percorso può contare sulla loro collaborazione nelle diverse fasi del trattamento.

La responsabile ha inoltre ricordato che, nelle leucemie pediatriche, il ricorso alla radioterapia è oggi molto limitato, salvo situazioni rare.

L’arrivo dei protoni tra le prospettive del prossimo anno

Il 2027 sarà significativo anche per un’altra novità illustrata durante la puntata: l’arrivo dei protoni al CRO di Aviano.

Secondo quanto spiegato da Elisa Coassin, la protonterapia potrà ampliare ulteriormente le possibilità di trattamento in ambito pediatrico, anche per bambini molto piccoli.

Il prossimo anno unirà dunque, nelle prospettive raccontate dalla responsabile, la celebrazione dei vent’anni dell’Area giovani e un nuovo sviluppo dell’attività radioterapica del centro.

Giuseppe racconta la diagnosi e il primo incontro con il CRO

La testimonianza di Giuseppe è partita da un rigonfiamento sul collo. Inizialmente non lo aveva considerato qualcosa di grave e non aveva approfondito subito. Con il passare del tempo ha però deciso di effettuare gli accertamenti, arrivando alla diagnosi di linfoma di Hodgkin.

Durante la conversazione ha raccontato il proprio modo di reagire: dopo il primo impatto, ha cercato di concentrarsi sul percorso da affrontare e sulle possibilità di cura.

L’ingresso nell’Area giovani gli ha fatto scoprire una realtà diversa da quella che immaginava. Si aspettava un reparto oncologico tradizionale; ha trovato invece un ambiente nel quale, ha spiegato, l’attenzione riguarda anche il benessere mentale e psicologico.

A sorprenderlo sono state soprattutto l’umanità e la disponibilità dell’équipe. Medici, infermieri e terapisti gli hanno trasmesso la sensazione di essere accolto in un contesto familiare.

Per Giuseppe, sentirsi a proprio agio e al sicuro ha rappresentato un aiuto nell’affrontare le cure con maggiore tranquillità.

Come le terapie possono interrompere la quotidianità

Elisa Coassin ha descritto nel dettaglio quanto i trattamenti possano incidere sull’organizzazione della vita di un ragazzo.

Nel caso di Giuseppe, il protocollo ha previsto, per i primi due cicli, cinque giorni consecutivi in ospedale, seguiti da rientri almeno settimanali e dalla ripresa del ciclo successivo dopo circa un mese.

Sono stati poi richiamati altri quattro cicli, con cadenze differenti, comprendenti tre giorni consecutivi in ospedale e ulteriori accessi per singole somministrazioni.

Anche la radioterapia può richiedere una presenza ripetuta. Per alcuni trattamenti dei sarcomi, la dottoressa ha citato 30-33 giornate di trattamento. Pur con permanenze che possono durare mezz’ora o un’ora, gli accessi condizionano comunque la frequenza scolastica, gli spostamenti e le altre attività.

Alle giornate di terapia possono aggiungersi le conseguenze dei trattamenti. Coassin ha richiamato le alterazioni dei valori del sangue, il maggiore rischio di infezioni e i periodi nei quali può essere necessario evitare la scuola e rimanere in isolamento.

In alcune situazioni possono inoltre comparire febbre, infezioni o altre complicazioni, con necessità di trasfusioni, terapie di supporto e ulteriori ricoveri.

Il percorso può così allontanare un ragazzo dalle proprie abitudini per diversi mesi, talvolta per un anno o più. È proprio in questo tempo che diventa necessario mantenere occasioni di formazione, relazione e partecipazione.

La scuola in ospedale e il lavoro di Paola Fabbro

La scuola in ospedale è uno dei progetti centrali dell’Area giovani. Nata insieme allo sviluppo di questa realtà, è stata strutturata già nel 2008.

A coordinarla è la maestra Paola Fabbro, con il sostegno del Soroptimist International Club di Pordenone sul piano organizzativo e del coordinamento degli insegnanti, e con la collaborazione dell’Istituto comprensivo di Aviano.

Il progetto si basa sull’impegno di insegnanti volontari, che offrono gratuitamente tempo e competenze per seguire i ragazzi nelle stanze del reparto e sostenerli quando la frequenza scolastica diventa difficile.

Un’interrogazione, un compito o un esame diventano traguardi da preparare e raggiungere. Nell’intervista è stato ricordato che alcuni ragazzi hanno sostenuto l’esame di maturità direttamente nelle stanze dell’ospedale.

Il calcio a Milano per incontrare altri ragazzi

Giuseppe ha raccontato anche le attività alle quali ha partecipato e quelle che lo attendono.

Tra gli appuntamenti citati c’è il torneo di calcio “Winners”, previsto a Milano il 9, 10 e 11 ottobre, con ragazzi provenienti da diversi istituti oncologici, italiani e non soltanto.

L’esperienza rappresenta per lui un’occasione sportiva e, insieme, la possibilità di conoscere altri giovani. Le giornate di cura non coincidono per tutti, mentre un evento condiviso consente di incontrarsi e vivere qualcosa insieme.

Nel racconto è emerso anche il contributo di Giulio, il fisioterapista che segue i ragazzi, del quale Giuseppe ha sottolineato la preparazione e l’impegno.

Una canzone realizzata con medici e infermieri

Un’altra esperienza significativa è stata la creazione di una canzone, alla quale Giuseppe ha lavorato insieme ad altri tre ragazzi in cura, con il coinvolgimento di medici e infermieri.

Il progetto ha compreso la scrittura, la costruzione della base e lo sviluppo dei diversi pezzi. Anche una frase trovata in un libro ha potuto diventare il punto di partenza per un’idea da elaborare insieme.

Giuseppe ha descritto questo percorso come un’esperienza particolarmente bella, nella quale ragazzi e personale hanno condiviso un’attività diversa dalle procedure e dagli appuntamenti terapeutici.

La musica ha offerto uno spazio per esprimersi e costruire qualcosa in gruppo, valorizzando la partecipazione di ciascuno.

Persone da accompagnare, oltre la diagnosi

È l’impostazione che unisce cure, supporto psicologico, scuola, riabilitazione e attività creative. Ogni intervento viene pensato per rispondere ai bisogni clinici e, contemporaneamente, lasciare spazio alla crescita.

La testimonianza di Giuseppe ha reso concreto questo obiettivo: affrontare il tumore conservando relazioni, interessi e progetti, sentendosi accompagnati da persone che riconoscono anche la vita che continua durante le cure.

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