Bratislava, il Museo del Caffè di Trieste porta la mostra “Il caffè?… italiano!”

Inaugurazione il 9 giugno al Museo di Storia Naturale di Bratislava, esposizione aperta dal 10 giugno al 18 ottobre 2026 tra Trieste

05 giugno 2026 17:28
Bratislava, il Museo del Caffè di Trieste porta la mostra “Il caffè?… italiano!” -
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TRIESTE - Il Museo del Caffè di Trieste arriva a Bratislava con una mostra dedicata al contributo italiano alla storia del caffè, dalle caffettiere artigianali napoletane alla moka, fino alle macchine espresso ad alta pressione che hanno conquistato il mondo. L’esposizione, dal titolo “Il caffè? … italiano!”, in slovacco “Ak káva, tak talianska!”, è ospitata al Museo di Storia Naturale, in Vajanského nábrežie 2, e resterà aperta dal 10 giugno al 18 ottobre 2026.

L’inaugurazione è in programma martedì 9 giugno alle ore 17 a Bratislava, con la presenza delle autorità politiche e scientifiche locali e di S.E. l’Ambasciatore Gianclemente De Felice. L’iniziativa è organizzata dall’associazione Museo del Caffè di Trieste (aMDC), invitata dall’Istituto Italiano di Cultura presso l’Ambasciata della Repubblica Italiana in Slovacchia, ed è ospitata dal Museo Nazionale Slovacco.

La mostra è ideata e allestita sotto la regia di Marino Petracco, che porta in questo progetto la sua quarantennale esperienza nel settore caffeicolo. Il percorso intende mettere in evidenza il contributo del “Genio Italico” al mondo della bevanda nera, partendo da quelle che vengono indicate come le due capitali del caffè, Trieste e Napoli. Trieste viene raccontata come il porto più settentrionale del Mediterraneo, mentre Napoli è presentata come il luogo di nascita della caffettiera artigianale. Da qui la mostra ripercorre la storia di un prodotto industriale italiano entrato in milioni di cucine nel mondo, la caffettiera Moka, e poi l’affermazione della macchina espresso, capace di estrarre tutte le sostanze aromatiche dal caffè usando altissima pressione. A chiudere il percorso c’è anche una sorpresa: il caffè viene coltivato pure in Italia, non soltanto nei paesi tropicali, grazie a un esperimento in Sicilia.

L’esposizione è allestita nella sala sud del museo di Bratislava e si sviluppa in cinque corner dedicati ai principali punti di forza del caffè italiano, osservati lungo l’intera catena di qualità, dalla pianta alla tazzina. Presso l’uscita è previsto anche un sesto corner dedicato alla visione e agli obiettivi dell’associazione aMDC, con un video sulla storia del caffè a Trieste e sugli sviluppi industriali che questa derrata ha prodotto come conseguenza economica positiva, fino a far attribuire alla città la nomea di capitale del caffè.

Il primo corner parte da una domanda: il caffè bevuto dagli italiani proviene solo da paesi agricoli situati nella fascia tropicale? La risposta, secondo la mostra, è no. Grazie ai cambiamenti climatici, in Sicilia esiste una piantagione sperimentale di dimensioni piccole ma non trascurabili. Non si tratta di poche piante coltivate per curiosità in un orto botanico, ma di non poche centinaia di alberi di Coffea arabica, raccolti ogni fine estate, con una produzione superiore a un quintale di chicchi. Una gigantografia e un video sottotitolato accompagnano i visitatori nella piantagione siciliana nei pressi di Palermo, dove l’entusiasmo della famiglia Morettino ha dato vita a quella che viene definita la più settentrionale coltivazione di caffè del mondo. Qui prosperano e fruttificano 700 alberi di Coffea arabica, e il caffè ottenuto è descritto, nelle degustazioni professionali, come di altissima qualità.

Il secondo corner è dedicato a Trieste e al suo ruolo nei traffici del caffè. Nei secoli passati i sacchi di caffè crudo dovevano raggiungere l’Europa via mare, su velieri che avevano bisogno di un porto sicuro e ben collocato rispetto ai mercati di destinazione. Trieste è sempre stata il porto commerciale più settentrionale del Mediterraneo. Le sue fortune iniziano nel 1382, quando la città guarda a nord e si lega all’imperatore della Casa d’Austria. Da villaggio di pescatori diventa il maggior porto commerciale di un vasto entroterra mitteleuropeo. Da qui transitavano le merci provenienti dal Levante, compreso il caffè, dirette verso i paesi dell’Impero, che si estendeva fino alla Polonia, all’Ucraina e alla Romania.

Nel materiale di approfondimento collegato alla mostra, Trieste viene descritta come la città del caffè anche per ragioni storiche ed economiche precise. Dopo i fasti veneziani della Serenissima, Trieste avvia il proprio sviluppo guardando ai mercati del nord. Il caffè, arrivato in un primo tempo da Costantinopoli o da Alessandria dopo lunghi viaggi in carovana, e più tardi, dopo l’apertura del Canale di Suez nel 1869 favorita anche dall’attività del triestino barone Revoltella, da Abissinia, Kenia e Indonesia, era una delle derrate esotiche scaricate sui moli cittadini. Da questi arrivi nasce un’industria locale di torrefazione e confezionamento del prodotto finito, destinato ai quattro angoli dell’Impero.

Le banchine del porto-canale erano affollate da velieri di ogni stazza, sostituiti in seguito da grandi bastimenti a vapore provenienti anche dai nuovi paesi produttori del Sud America. L’aumento dei traffici trasforma l’attività portuale con la costruzione di docks, l’attracco di piroscafi sempre più grandi e la realizzazione di magazzini specializzati per le diverse merci. Vengono costruite linee ferroviarie verso l’interno, come la Südbahn del 1859 e la Transalpina del 1901. Sull’esempio dei Lloyd’s di Londra fioriscono anche le società di assicurazione: Generali, nata nel 1831, Loyd nel 1833 e RAS nel 1838, tutte sorte nella Trieste austriaca e ancora con sede centrale in città. In questo contesto imprenditori avveduti installano industrie di torrefazione, confezionamento e commercio internazionale del caffè; fra i nomi ricordati compaiono Hausbrandt e Illy. Nel 1859 un gruppo di importatori crea il “gremio”, una libera associazione per comunicazioni e informazioni sugli atti legislativi, che lavora per istituire in città la Borsa a termine del caffè e coloniali quando l’impero viennese concede la patente per l’internazionalizzazione. Ancora oggi Trieste, grazie al ruolo di Porto Franco e di principale scalo austroungarico, viene considerata uno dei più importanti porti europei per il commercio dei chicchi.

La mostra richiama anche la tradizione dei caffè storici triestini, eredi moderni delle antiche botteghe del caffè presenti nelle città mediorientali. A Trieste le prime botteghe vengono aperte nella seconda metà del Settecento lungo le rive frequentate da mercanti e padroni di barche e velieri. Dalla seconda metà dell’Ottocento si affermano locali dove, oltre a bere caffè, si possono leggere giornali locali e quotidiani italiani, francesi, tedeschi e inglesi. Erano frequentati da nobiltà, cantanti, attori, letterati e giovani idealisti; alcuni furono anche ritrovo di irredentisti guardati con sospetto dalle autorità austriache. Ancora oggi i triestini si incontrano nei caffè storici per chiacchierare, studiare per gli esami universitari o scrivere romanzi sorseggiando un “nero”, un “capo in bi” o un “goccia”, espressioni tipiche del lessico cittadino per ordinare un espresso o una delle sue varianti. Tra le usanze nate a Trieste viene ricordato il “capo in bi”, caffè in bicchiere di vetro con aggiunta di latte: un’abitudine che trae origine dai lavoratori del porto, i quali recuperavano qualche chicco dai sacchi, lo tostavano con apparecchi di fortuna e alla fine del turno lo bevevano nei piccoli bicchieri da vino che avevano con sé, eventualmente aggiungendo acqua e latte caldo.

Il terzo corner della mostra si concentra su Napoli e sulla caffettiera napoletana. Napoli è indicata come un porto importante soprattutto per i nuovi paesi produttori dell’America Latina e come la città in cui si sviluppa l’inventiva di artigiani capaci di modellare a mano, con cesoie e martello, fogli di latta, cioè ferro stagnato, per creare un piccolo prodigio di idraulica: la caffettiera napoletana. La “cuccumella”, protagonista di molti film di carattere, aveva un costo irrisorio e permetteva, come permette ancora, di preparare in pochi minuti una tazza di caffè bollente.

L’approfondimento storico dedicato a Napoli ricostruisce l’origine della caffettiera napoletana a partire dal primo brevetto, depositato nel 1819 dal francese Jean-Louis Morize. L’idea nasce quindi a Parigi, ma in Italia, e in particolare tra i napoletani, la caffettiera viene modificata, perfezionata e infine fatta propria. I primi artigiani lavorano rame e ottone, realizzando versioni semplici ma già eleganti e funzionali. La tecnica è completamente artigianale: il metallo viene modellato a mano, creando forme uniche e decorate. Ogni pezzo richiede pazienza, precisione e grande abilità.

Intorno alla metà del XIX secolo gli artigiani napoletani passano alla latta, o lamiera di ferro stagnata, come materiale principale. Le ragioni sono tre: il costo più contenuto rispetto a rame e ottone, la maggiore leggerezza e una migliore resistenza alla corrosione e alle alte temperature. Per lavorare la latta vengono usati diversi utensili: cesoie per tagliare e modellare, martelli per battere e sagomare, punzoni per creare fori e decorazioni, lime per rifinire e lucidare, saldatori per unire le parti della caffettiera. Nel dopoguerra, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, arriva anche il passaggio all’alluminio, divenuto più accessibile e conveniente. L’alluminio offre leggerezza, buona conduzione del calore e migliore resistenza alla corrosione. La sua lavorazione richiede tecniche specifiche come stampaggio, saldatura e lucidatura, alle quali gli artigiani napoletani si adattano per continuare a produrre caffettiere di alta qualità.

La mostra entra anche nella struttura e nell’uso della cuccumella. La caffettiera napoletana è composta da quattro elementi principali: il serbatoio dell’acqua con manico, il contenitore per il caffè macinato, il gruppo filtrante e la caraffa finale con beccuccio. A differenza della moka, funziona per percolazione e gravità e non per pressione di vapore. Le illustrazioni spiegano la procedura: si riempie il serbatoio inferiore con acqua fino a circa mezzo centimetro sotto il forellino laterale; si inserisce il caffè macinato nel contenitore cilindrico senza pressarlo troppo; si avvita il filtro fine a cestello sopra il contenitore del caffè; si inserisce il gruppo filtrante nel serbatoio dell’acqua e si incastra la parte superiore con beccuccio. La caffettiera va messa sul piccolo fuoco e quando dal forellino di sfiato esce un filo di vapore significa che l’acqua è arrivata a ebollizione. A quel punto si toglie dal fuoco e si effettua la “voltata”, capovolgendola con decisione afferrando i due manici. L’acqua bollente scende lentamente attraverso il caffè e si raccoglie nel serbatoio finale. Dopo qualche minuto la bevanda si può servire nelle tazzine. Tra i piccoli trucchi della tradizione c’è il “coppetiello”, un cono di carta posizionato sul beccuccio per non disperdere l’aroma del primo caffè che scorre.

Alla caffettiera napoletana è dedicato anche un ampio richiamo culturale. Compare nel film “La banda degli onesti” del 1956 con Totò e Peppino De Filippo come simbolo di onestà e semplicità; in “Questi fantasmi” di Eduardo De Filippo la preparazione del caffè con la napoletana viene descritta come un rito minuzioso. La caffettiera è menzionata inoltre in canzoni come “O ccafè” di Domenico Modugno e “Na tazzulella ‘e cafè” di Pino Daniele, così come nel film di Massimo Troisi “No grazie, il caffè mi rende nervoso”. Tra le frasi riportate compaiono quelle di Eduardo De Filippo, “Sul becco io ci metto questo coppitello di carta”, “Quando io morirò, tu portami il caffè e vedrai che io resuscito come Lazzaro”, e l’invito a non risparmiare sulla qualità: “Con il caffè non si risparmia”, da “Natale in Casa Cupiello”. Sono richiamate anche la riflessione di Luciano De Crescenzo sul caffè sospeso, “Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo”, la frase di Erri De Luca “A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco”, e il richiamo a Totò, che nei suoi film usava la tazzina di caffè come strumento immaginifico di giustizia sociale e non accettava il caffè amaro, fino all’esclamazione “E’ una ciofeca!”.

Il quarto corner è dedicato alla moka e alla rivoluzione industriale del caffè domestico. La mostra ricorda che, tra le due guerre, il genio di piccoli imprenditori italiani rivoluziona il mercato di vari beni di largo consumo e, nel settore del caffè, la figura centrale è quella di Alfonso Bialetti. Maestro fonditore, Bialetti applica la sua competenza nel metodo di fusione dell’alluminio “in conchiglia” alla realizzazione della caffettiera Moka, destinata a diventare presenza inevitabile nelle cucine italiane e non solo.

L’approfondimento storico chiarisce però che la vicenda della moka è più complessa. Se la paternità viene di solito attribuita ad Alfonso Bialetti, gli studi e i documenti raccolti da Mauro Lapetina nel libro “La caffettiera perduta” accreditano come vero inventore Amleto Spadini. Nel 1937 Spadini deposita un brevetto per un “Recipiente a superficie sfaccettata, per infusione di liquidi e specialmente per preparare e servire il caffè”, con un disegno molto simile a quello della futura Moka Express. Bialetti avrebbe poi acquistato il brevetto e sviluppato commercialmente il prodotto.

Nel 1948 Alfonso, proprietario di un’officina di semilavorati in alluminio a Crusinallo, in Piemonte, lancia una caffettiera chiamandola con il nome della città di Mocha, oggi Al-Mukha, piccolo porto dello Yemen storicamente legato al caffè. L’idea della sua struttura, secondo il racconto, nasce dall’osservazione che tutte le caffettiere precedenti richiedevano un contenitore esterno per raccogliere il caffè, mentre la sua lo manteneva all’interno della macchina fino al momento di versarlo nelle tazze. La vera rivoluzione, però, sta nella padronanza della fusione dell’alluminio a getto in conchiglia, che consente di realizzare recipienti a tenuta resistenti alla pressione del vapore senza rischi di scoppio. L’alluminio “autarchico”, la semplicità d’uso e il fatto che il caffè non venisse sottoposto a temperature così elevate da renderlo amaro decretano il successo della moka.

Nel racconto della sua diffusione compaiono anche il Carosello e l’“omino con i baffi”. Nel 1958 Renato Bialetti, figlio di Alfonso e protagonista della comunicazione aziendale, rende popolare il personaggio disegnato da Paul Campani, modellato sulla sua immagine. “Eh sì sì sì… sembra facile (fare un buon caffè!)”, recitava la pubblicità, promettendo con la Moka Express in cinque misure “un espresso come al bar”. La moka entra così a pieno titolo nella cultura italiana del dopoguerra.

La mostra ricorda anche che nel 2025 Bialetti, già trasferita da Omegna, nel Verbano, a Coccaglio, in provincia di Brescia, è stata venduta a una holding con sede in Lussemburgo, di proprietà della famiglia cinese Pao-Cheng attraverso il fondo d’investimento Nuo Capital. L’operazione è stata condotta da Stephen Cheng, imprenditore originario di Hong Kong, che ha acquisito quasi il 79% delle azioni della società per circa 53 milioni di euro.

L’affermazione della moka è raccontata anche attraverso i numeri e il design. La Moka Express è diventata un simbolo del caffè italiano, si è diffusa rapidamente in Europa negli anni Cinquanta e Sessanta ed è oggi venduta in oltre 200 paesi, con più di 200 milioni di pezzi distribuiti. Un esemplare è conservato nella collezione permanente del MoMA di New York e la moka è esposta anche al Victoria and Albert Museum di Londra. Nel tempo numerosi designer e architetti l’hanno reinterpretata: Richard Sapper per Alessi 9090, Alessandro Mendini, Sir David Chipperfield, Michael Anastassiades con la Menhir Espresso Maker, Aldo Rossi con La Cupola per Alessi, Ettore Sottsass e Matteo Thun con Accademia per Lagostina, Cini Boeri con Opera per La Pavoni, Gaetano Pesce, Marco Zanuso con la Carmencita per Lavazza e Matteo Frontini con la Turbo Moka.

La mostra spiega anche il funzionamento della moka. È composta da tre parti: serbatoio dell’acqua, filtro per il caffè e caraffa superiore. Quando l’acqua bolle, il vapore spinge attraverso un imbutino pescante l’acqua bollente a forte pressione nel caffè macinato; la bevanda si raccoglie nella caraffa superiore avvitata a tenuta. Il punto decisivo è che, dovendo attraversare il letto compatto di caffè, l’acqua aumenta pressione e temperatura, arrivando a circa 105 gradi. Questo consente di estrarre più sostanze aromatiche e alcuni tensioattivi che favoriscono la formazione della tipica cremina. Per confronto, la caffettiera napoletana esercita una pressione molto inferiore, pari solo all’altezza della colonna d’acqua sovrastante.

Le istruzioni d’uso appaiono semplici: riempire il serbatoio con acqua fresca fino al livello indicato, inserire il filtro e aggiungere circa 7-9 grammi di caffè macinato per una moka standard, assemblare la caffettiera, metterla su fuoco medio-basso, attendere il gorgoglio, spegnere il fuoco e servire. Ma il percorso sottolinea che questa apparente semplicità lascia spazio a molti errori. Vengono citate le diverse abitudini domestiche: riempire il serbatoio fino all’orlo o fino alla valvola, fare la “montagnola” di caffè, praticare forellini con uno stuzzicadenti, usare il fuoco piccolo o grande, piastra elettrica o adattatore per induzione, lasciare il coperchio aperto o lasciare che la moka borbotti fino a sporcare la cucina. La raccomandazione considerata più sensata è togliere la moka dal calore appena si avverte un piccolo brontolio, perché il gorgoglio del vapore diluisce la bevanda e porta in tazza anche sostanze amare e sgradevoli. In generale viene consigliato di usare caffè di buona qualità, da confezione appena aperta o macinato al momento. Quanto alla pulizia, la presenza di una componente grassa nei semi tostati, circa il 17% nell’Arabica, lascia una patina sulle superfici metalliche che non è necessariamente dannosa. Non si consigliano quindi detersivi aggressivi; basta una passata con una spugnetta un po’ solida.

Il quinto corner è riservato all’espresso, indicato come il passo in avanti più significativo nella preparazione del caffè. La mostra sottolinea come la frenesia dei tempi moderni imponesse tempi sempre più brevi al bar e come da questa esigenza sia nato il concetto di espresso: una bevanda più corposa e aromatica, ottenuta in una trentina di secondi grazie alla forte pressione dell’acqua bollente. Dopo l’intuizione di Angelo Moriondo, inventore e imprenditore torinese che nel 1884 brevetta quella che viene definita la prima macchina espresso a vapore e la presenta all’Esposizione Universale di Torino dello stesso anno, nei primi anni del Novecento diversi progettisti si dedicano ad apparecchi per l’estrazione sotto pressione.

La prima struttura adatta a erogare acqua bollente è la caldaia cilindrica verticale, la macchina “a colonna”, presenza imponente nei bar dell’epoca. Un’evoluzione si osserva già nel passaggio dal brevetto Bezzera del 1901 a quello di Pavoni del 1905, dove emerge il concetto di portafiltro, un piccolo contenitore forellato riempito di caffè macinato da attraversare con acqua bollente. Le tecnologie di saldatura del tempo consentono però solo pressioni di un paio di atmosfere. La tazzina risulta quindi debole e diluita, e l’acqua mescolata a vapore, con temperature fino a 130 gradi, tende a “bruciare il caffè”, cioè a sovraestrarre sostanze amare e astringenti. Anche quando le linee delle macchine diventano più moderne, il problema resta: aumentando la pressione aumenta pure la temperatura dell’acqua.

Una svolta arriva nel 1935 con Illy, che immagina di pressurizzare il contenuto della caldaia insufflando aria compressa sopra il liquido, in modo da controllare separatamente temperatura e pressione. Si tratta però di macchine complicate da manovrare e costosissime, quasi quanto un’automobile. La guerra interrompe nuovamente il percorso dell’industria, ma il caffè rinasce nel dopoguerra.

La mostra dedica ampio spazio a Giovanni Achille Gaggia, considerato uno dei padri dell’espresso moderno. Barista, inventore e imprenditore, presenta nel 1947 la macchina a leva Gaggia “Classica”. La leva è collegata a un pistone che, abbassandosi, forza l’acqua calda attraverso il caffè e ne moltiplica la pressione, creando un espresso cremoso e aromatico. La novità visibile è la pressione molto più elevata rispetto alle macchine precedenti, fino a 12 atmosfere, che permette di estrarre più oli e aromi. Il risultato è una tazzina dal sapore e dall’aspetto più ricchi, modello dell’espresso moderno. La macchina ha un successo immediato, diventa la più popolare al mondo, viene prodotta per decenni e il suo sistema viene adottato da numerosi costruttori. Ancora oggi, soprattutto a Napoli, c’è chi considera inarrivabile l’espresso preparato con le macchine a leva e i baristi più esperti ne fanno un vanto.

Il grande salto successivo arriva nel 1961 con la Faema E-61, ideata da Ernesto Valente. La “E” richiama l’eclissi, perché in quell’anno si verificò un’eclissi solare totale e Valente era appassionato di astronomia. La E-61 abbandona la leva manuale e utilizza una pompa elettrica per forzare l’acqua calda attraverso il caffè, rendendo l’estrazione più veloce e costante. Introduce anche la pre-infusione, il sistema di riscaldamento indiretto a scambiatore di calore, la “serpentina”, e il gruppo di erogazione a valvola. Questo progetto diventa lo standard per le macchine espresso professionali e resta in produzione per decenni, contribuendo in modo decisivo alla diffusione mondiale della cultura dell’espresso.

Una parte del percorso si sofferma poi sull’arrivo dell’espresso in casa. Il mercato recente si è sviluppato attorno allo slogan “l’espresso come al bar”, grazie a piccole macchine per uso familiare che promettono una tazzina cremosa e aromatica senza il supporto di un barista professionista. Una facilitazione importante è stata l’introduzione dei serving, cioè monoporzioni sigillate di caffè macinato, in cialda di carta filtrante o in capsula di alluminio e, più recentemente, in plastica per alimenti.

La mostra affronta anche il significato della parola “espresso”, osservando che ancora nel 1991 mancava una definizione univoca e scientificamente impeccabile. Da uno studio di chimica degli alimenti emergono tre punti fondamentali. Il primo è il latino “ex pressum”, cioè “spremuto fuori”, che richiama la pressione dell’acqua capace non solo di solubilizzare i composti aromatici ma anche di spingere attraverso il macinato le minutissime goccioline della frazione oleosa del caffè, attorno al 17%. Da qui nascono la crema in superficie e la persistenza vellutata del sapore sulla lingua. Il secondo punto è la rapidità: il caffè riempie la tazzina, non più di 30 millilitri, in circa trenta secondi. Questa velocità non è solo risposta ai ritmi moderni ma anche garanzia di qualità, perché le sostanze più gradevoli si sciolgono rapidamente, mentre quelle più amare e astringenti richiedono tempi più lunghi. “Tirare” l’espresso non è una buona idea, e già Honoré de Balzac nel 1838 scriveva nel “Traité des excitants modernes”: “Laisser l'eau bouillante, surtout longtemps, en contact avec le café, est une heresie!”. Il terzo concetto è che l’espresso è preparato espressamente per il cliente: non esiste prima della richiesta, nasce sotto gli occhi di chi lo ordina e rappresenta, oltre che una bevanda, una piccola gratificazione personale. Nello stesso approfondimento si precisa che una tazzina contiene circa la millesima parte del fabbisogno calorico giornaliero e che la rapidità dell’estrazione porta in tazza non più dei tre quarti della caffeina contenuta nel macinato.

Quanto al materiale esposto, la mostra presenta parecchi oggetti per illustrare ciascun argomento. Ci sono reperti storici delicati e preziosi protetti da teche sigillate, apparecchi autentici completi e smontabili che possono essere manipolati dai visitatori, oggetti peculiari e insoliti legati alla funzione del caffè ma progettati da artisti, architetti e designer con forme improbabili e attraenti, fotografie e disegni a grande formato, oltre a pannelli illustrativi completi di descrizioni in inglese e in slovacco.

La maggior parte dei reperti proviene dalla vasta collezione di Lucio Del Piccolo, appassionato raccoglitore di testimonianze del mondo del caffè. Due macchine espresso professionali, di epoche e concezioni molto diverse, arrivano dal museo aziendale della ditta La San Marco. La più antica è una macchina “a colonna” degli anni Trenta, che si limitava a riscaldare l’acqua a pressione atmosferica per farla poi percolare attraverso il caffè macinato e produrre una tazzina in meno di un minuto, da cui l’attributo “espresso”. Questa macchina incarna il patrimonio, l’artigianalità e l’identità storica dell’azienda. L’altra è una macchina ultramoderna che unisce tradizione, innovazione e design esclusivo in un prodotto di raffinata tecnologia idraulica, assistita da un sistema computerizzato che consente al barista il pieno controllo dei numerosi parametri di estrazione.

La mostra di Bratislava rientra tra gli eventi di Dolce Vitaj 2026, il festival di cultura italiana che l’Istituto Italiano di Cultura di Bratislava organizza ogni estate per offrire uno spaccato della cultura italiana. La rassegna è stata fondata nel 2007 con l’obiettivo di presentare ogni anno, nel mese di giugno, eccellenze culturali, Made in Italy e stile di vita italiano. Il nome richiama il film di Fellini e, insieme, la parola slovacca “vitaj”, che significa “benvenuto”. La programmazione nasce dalla collaborazione tra i principali soggetti del Sistema Italia, fra cui Ambasciata d’Italia, Istituto Italiano di Cultura, Camera di Commercio Italo-Slovacca e alcune aziende italiane operanti nel Paese.

L’Istituto Italiano di Cultura di Bratislava, organismo ufficiale dello Stato italiano e ufficio culturale dell’Ambasciata d’Italia, ha il compito di promuovere e diffondere lingua e cultura italiana in Slovacchia attraverso eventi culturali che favoriscono la circolazione di idee, arti e scienze. Tra i servizi offerti al pubblico slovacco figurano corsi di lingua e civiltà italiana, esami CILS dell’Università per stranieri di Siena, una biblioteca per consultazione e prestito di libri, cd, dvd, riviste e giornali italiani, oltre a un servizio di informazione e documentazione sull’Italia in ambito culturale. L’Istituto ha sede nel centro storico della capitale slovacca, in via Kapucínska, in una zona di grande passaggio nei pressi della via Zámocká che conduce al Castello e della piazza Hodžovo, dove si trova il Palazzo del Presidente della Repubblica.

Sul fronte organizzativo, l’associazione Museo del Caffè di Trieste prosegue da anni nella divulgazione della storia e della cultura del caffè, valorizzando il proprio territorio e allo stesso tempo costruendo relazioni a livello nazionale e internazionale. L’attività espositiva è affiancata da momenti scientifico-dimostrativi con il supporto di esperti del settore. In attesa di una collocazione museale stabile e definitiva, l’associazione punta su una strategia di mostre temporanee diffuse in ambienti culturalmente fertili. Negli ultimi due anni ha inoltre intrapreso un percorso pedagogico-didattico con alcuni istituti scolastici di secondo grado, per avvicinare in modo interattivo le giovani generazioni alle istituzioni museali. Proprio per confrontare esperienze e visioni future, aMDC organizzerà a Trieste, nel mese di ottobre 2026, una Convention Museale internazionale con i rappresentanti dei musei analoghi sparsi nel mondo, così da poter disporre, nella prevista progettazione di uno spazio espositivo permanente per il caffè, di un confronto diretto con altre esperienze già attive.

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