Cave degradate, il Veneto riapre la partita del recupero ambientale

La graduatoria 2026-2027 mette a disposizione nuovi fondi per i Comuni. Dalle ex cave di Salzano, già trasformate in zona umida, un esempio concreto di ciò che può cambiare.

08 ottobre 2026 07:07
Cave degradate, il Veneto riapre la partita del recupero ambientale -
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Una cava non è automaticamente un vuoto da riempire o una ferita da nascondere. Quando l'estrazione è finita, quel suolo può restare un'area abbandonata, con problemi paesaggistici e idraulici, oppure diventare uno spazio agricolo, un bosco, una zona umida o un parco. In Veneto questa scelta torna ora sul tavolo dei Comuni: la Regione ha aperto la raccolta delle domande per la graduatoria 2026-2027 destinata alla ricomposizione ambientale delle cave degradate.

La novità non è un annuncio generico sulla biodiversità. L'avviso regionale, pubblicato il 5 giugno e chiuso il 3 settembre, nasce perché la graduatoria 2025-2026 era già esaurita prima della sua scadenza. Il bilancio regionale 2026-2028 ha inoltre previsto 190mila euro aggiuntivi. Sono risorse pubbliche limitate, ma indicano una priorità precisa: intervenire sui siti nei quali l'attività estrattiva è cessata senza una sistemazione adeguata e per i quali il recupero non è sostenibile con le sole garanzie già disponibili.

Che cosa cambia con la graduatoria 2026-2027

La procedura non finanzia nuove escavazioni né concede un contributo indistinto ai proprietari. I destinatari sono le amministrazioni comunali che presentano richieste per aree degradate, nell'ambito dell'articolo 29 della legge veneta sulle attività di cava. Le regole di riferimento sono state fissate con la delibera 1384 del 2023: un sito può rientrare nel programma se i lavori sono cessati senza un'adeguata sistemazione ambientale, oppure se non è più correttamente inserito nel contesto locale.

È un passaggio importante soprattutto per le cave più vecchie. La Regione ricorda che alcune attività estrattive risalgono a prima del 1975, quando non esisteva ancora l'obbligo regionale di ricomposizione e di deposito cauzionale; in altri casi la garanzia è risultata insufficiente o non utilizzabile. Non tutte le cave dismesse, quindi, sono "degradate" nello stesso senso: molte hanno chiuso regolarmente e hanno già completato il recupero previsto. Per distinguere i casi, il portale regionale mette a disposizione sia l'elenco delle cave in attività e di quelle dismesse, sia il webGIS delle georisorse.

Il bando 2026 non equivale ancora alla lista dei cantieri finanziati. Le domande sono state raccolte entro il 3 settembre e la graduatoria è in formazione: fino alla pubblicazione del provvedimento, non è corretto indicare comuni vincitori o opere già approvate. Il dato verificabile oggi è un altro: la domanda precedente aveva assorbito tutte le risorse disponibili, tanto da rendere necessaria una nuova graduatoria per il biennio successivo.

Dal bordo di scavo alla funzione pubblica

La ricomposizione ambientale non ha un solo modello. In una cava di pianura con falda superficiale la soluzione può essere la rinaturalizzazione degli specchi d'acqua e delle rive; in altri contesti prevalgono il rimodellamento dei versanti, la messa in sicurezza, il rimboschimento, il recupero agricolo o la restituzione a un uso pubblico compatibile. La scelta dipende dalla morfologia del sito, dai suoli, dalla presenza d'acqua e dal collegamento con la rete ecologica vicina. È proprio qui che un progetto ben fatto fa la differenza: non basta piantare alberi per rendere un luogo stabile, utile e gestibile nel tempo.

Per residenti e imprese l'effetto è molto concreto. Un'area non recuperata può rimanere una discontinuità nel paesaggio e imporre costi di manutenzione e vigilanza; un intervento progettato con criteri idraulici ed ecologici può invece creare invasi, fasce vegetate e percorsi di gestione compatibili con l'agricoltura circostante. Il recupero di suolo già trasformato è inoltre coerente con la linea regionale di contenimento del consumo di suolo: ARPAV pubblica ogni anno le elaborazioni che incrociano impermeabilizzazione, capacità di trattenere acqua e caratteristiche pedologiche del Veneto.

Il tema non riguarda soltanto l'ambiente. Dove la destinazione successiva è produttiva o formativa, il riuso di un'area già compromessa può evitare di aprire nuovi spazi. È il ragionamento che sta dietro al progetto del Campus del Mobile sull'ex Piccinato di Brugnera, dove la bonifica dell'area industriale dismessa è stata indicata come passaggio preliminare. Non è una cava e non rientra nell'avviso regionale sulle escavazioni, ma mostra perché la rigenerazione di siti già usati sia una scelta territoriale, non una semplice voce tecnica.

Salzano, quando l'ex cava diventa una zona umida

Il caso più leggibile per capire le possibilità di una ricomposizione è nel Miranese. L'Oasi Lycaena, alle ex Cave di Villetta di Salzano, nasce da escavazioni del secolo scorso tra il Marzenego e il Rio Roviego. Oggi l'area complessiva misura 413.967 metri quadrati, poco più di 41 ettari, e comprende specchi d'acqua poco profondi, canneti, giunchi, carici e vegetazione igrofila. La Città metropolitana di Venezia la descrive come una delle zone umide più interessanti dell'entroterra veneziano.

Non è una rinaturalizzazione lasciata interamente al caso. Una porzione centrale di circa 20 ettari è stata interessata nel 2006 da un progetto di fitodepurazione delle acque del Marzenego; il Consorzio di bonifica Acque Risorgive gestisce l'area in relazione a questo intervento. Il sito è anche nella rete Natura 2000, con il codice IT3250008, ed è classificato sia come zona speciale di conservazione sia come zona di protezione speciale. In altre parole, acqua, vegetazione e gestione idraulica non sono elementi separati: qui convivono nella stessa area.

L'esempio di Salzano non è un formato da copiare meccanicamente. Una cava asciutta o collocata su un versante richiede soluzioni diverse, e persino in pianura la presenza della falda può cambiare radicalmente il progetto. Ma aiuta a vedere il risultato possibile: un'area estrattiva dismessa può diventare infrastruttura verde, con funzioni ecologiche e idrauliche riconoscibili, anziché restare una superficie senza destinazione.

Il punto decisivo: progetto, gestione e controlli

La graduatoria regionale apre una fase amministrativa, non conclude il lavoro. Per ogni intervento finanziato conteranno il progetto esecutivo, le autorizzazioni paesaggistiche e ambientali eventualmente necessarie, la disponibilità delle aree e soprattutto il soggetto che ne curerà la manutenzione dopo i lavori. Una zona umida, un bosco o una scarpata rinaturalizzata non sono opere che si esauriscono con il collaudo: hanno bisogno di monitoraggio, controllo delle specie invasive, manutenzione idraulica quando prevista e regole chiare di fruizione.

Per questo è utile che i cittadini distinguano tra tre piani: la cava dismessa, che può avere già completato la ricomposizione; la cava degradata ammessa alla procedura; e l'intervento effettivamente finanziato, che sarà conoscibile soltanto con la graduatoria e gli atti dei Comuni. Le informazioni di base sulle cave sono consultabili nella sezione regionale sulle georisorse; per Salzano, la scheda pubblica dell'Oasi Lycaena documenta superfici, habitat e storia del recupero.

Il Veneto ha già esperienze di recupero ambientale connesse a corsi d'acqua e spazi urbani, come la ciclopedonale delle Morerine a Pieve di Soligo, affiancata da filari, prati stabili e scoline drenanti. Nel tessuto produttivo, anche il dibattito sul riuso dei capannoni esistenti richiama la necessità di valorizzare ciò che è già costruito. Le cave degradate aggiungono un fronte meno visibile ma rilevante: intervenire dove il terreno è stato già trasformato, restituendogli una funzione utile prima di cercare nuovo spazio altrove. La nuova graduatoria dirà quali progetti avranno le risorse; il caso di Salzano dimostra che la ricomposizione, quando è seguita negli anni, può lasciare al territorio molto più di un semplice ripristino formale.

Per le amministrazioni la prova sarà rendere pubblici tempi, progetti e destinazione finale delle aree. Per chi vive vicino ai siti, seguire quegli atti significa capire se il recupero produrrà solo una sistemazione di superficie oppure un nuovo spazio capace di migliorare paesaggio, acqua e connessioni ecologiche.

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