È morto don Antonio Mazzi: restituiva un futuro ai ragazzi feriti dalla droga

Don Antonio Mazzi è morto a 96 anni. Fondò Exodus e dedicò la vita al recupero dei giovani dalle dipendenze.

31 luglio 2026 18:35
È morto don Antonio Mazzi: restituiva un futuro ai ragazzi feriti dalla droga -
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VERONA – Don Antonio Mazzi è morto all’età di 96 anni. Sacerdote, educatore, giornalista e fondatore della Comunità Exodus, per oltre mezzo secolo è stato una delle figure più riconoscibili dell’impegno italiano contro la tossicodipendenza, l’emarginazione e il disagio giovanile.

Il suo nome resta legato soprattutto ai ragazzi che, negli anni più duri dell’emergenza eroina, avevano smesso di credere nella possibilità di ricominciare. Don Mazzi li incontrava nelle comunità, nelle periferie, nelle famiglie e nei luoghi dove il disagio diventava solitudine. A loro proponeva non soltanto un percorso di recupero, ma una nuova responsabilità verso la propria vita.

Con la sua scomparsa viene meno una voce spesso scomoda, capace di parlare con estrema franchezza alle istituzioni, ai genitori e agli stessi giovani.

La scelta di stare accanto ai ragazzi più fragili

Nato a Verona, Antonio Mazzi completò gli studi nel Seminario vescovile e approfondì successivamente la Teologia, laureandosi in Filosofia all’Università di Ferrara.

Il 26 marzo 1956 fu ordinato sacerdote nella congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, fondata da san Giovanni Calabria.

Fin dai primi anni del ministero scelse di operare negli ambienti segnati dalla povertà, dall’abbandono e dalle difficoltà educative. La sua attenzione si spostò progressivamente verso gli adolescenti e i giovani esclusi dai normali percorsi familiari e sociali.

Don Mazzi sosteneva che nessun ragazzo potesse essere ridotto al proprio errore o alla propria dipendenza. Il recupero, secondo il suo metodo, doveva passare attraverso relazioni vere, lavoro, disciplina, fiducia e partecipazione alla vita della comunità.

Dall’emergenza eroina alla nascita di Exodus

Nel 1979 assunse la direzione dell’Opera Don Calabria di Milano, in via Pusiano, nelle vicinanze del Parco Lambro.

Erano gli anni in cui l’eroina stava devastando una generazione. Le famiglie si trovavano spesso sole, mentre i servizi disponibili faticavano a comprendere la dimensione sociale ed educativa del fenomeno.

Da quell’esperienza nacque nel 1980 il Progetto Exodus, inizialmente rivolto ai ragazzi con problemi di tossicodipendenza.

Quattro anni più tardi il Comune di Milano concesse la Cascina Molino Torrette, che divenne la sede principale della Comunità e il punto di partenza di numerose iniziative sviluppate successivamente in diverse parti d’Italia.

Exodus non fu concepita come un semplice luogo di isolamento dalla droga. Sport, musica, viaggi, volontariato e lavoro diventarono strumenti per ricostruire l’autonomia, il senso di appartenenza e la capacità di assumersi impegni.

Un’attenzione alla prevenzione che resta attuale anche nel Nordest, dove iniziative come la campagna antidroga che ha raggiunto oltre 2.200 persone a Pordenone cercano di intervenire prima che il consumo diventi dipendenza.

Un sacerdote capace di parlare fuori dalle chiese

La notorietà di don Mazzi crebbe anche grazie alla capacità di utilizzare i mezzi di comunicazione per portare i temi educativi al centro del dibattito pubblico.

Partecipò a numerose trasmissioni televisive, intervenendo su tossicodipendenze, famiglia, adolescenza, emarginazione e responsabilità degli adulti.

Il suo linguaggio era immediato, spesso provocatorio e lontano dalle formule istituzionali. Non cercava di rassicurare il pubblico, ma di costringerlo a interrogarsi sulle cause profonde del disagio.

Per anni condusse su Tv2000 la rubrica Lettera a don Mazzi, rispondendo direttamente ai messaggi inviati da giovani, genitori e persone alle prese con situazioni familiari difficili.

Il tema della fragilità delle nuove generazioni è rimasto al centro del confronto anche negli ultimi anni, come dimostrano i progetti sulla salute mentale dei giovani in Friuli Venezia Giulia, che hanno coinvolto centinaia di persone.

L’attività giornalistica e il confronto con le famiglie

Don Antonio Mazzi era anche giornalista professionista.

Nel corso della sua lunga attività collaborò con testate nazionali come Famiglia Cristiana, Corriere della Sera, La Stampa, Il Giorno, Avvenire e Jesus.

Attraverso articoli, libri e interventi pubblici raccontò i mutamenti delle dipendenze e il progressivo indebolimento delle reti educative. Richiamava spesso la responsabilità della famiglia, della scuola e della società adulta, accusate di accorgersi dei giovani soltanto quando il disagio era ormai esploso.

La sua battaglia non riguardava esclusivamente le sostanze. Don Mazzi aveva esteso il proprio sguardo alle nuove forme di isolamento, alle dipendenze comportamentali, alla mancanza di prospettive e alla difficoltà di costruire relazioni autentiche.

Un problema che continua a emergere anche durante i controlli sul territorio, come nel caso della droga trovata tra i giovani diretti ai concerti nel Tarvisiano.

Tre lauree honoris causa

Il lavoro educativo sviluppato sul campo gli valse numerosi riconoscimenti.

Ricevette tre lauree honoris causa in ambito pedagogico:

  • nel 1994 dall’Università di Palermo;

  • nel 1996 dall’Università di Lecce;

  • nel 2004 dall’Università di Macerata.

I riconoscimenti accademici premiarono un modello educativo nato non nelle aule universitarie, ma nel confronto quotidiano con ragazzi, famiglie, operatori e volontari.

Don Mazzi aveva costruito il proprio metodo attraverso tentativi, fallimenti e ripartenze, rifiutando l’idea che esistesse una soluzione uguale per tutti.

L’eredità lasciata da Exodus

La scomparsa del sacerdote veronese non interrompe il lavoro avviato negli anni Ottanta.

Restano le comunità, i centri giovanili, gli educatori e i volontari formati all’interno di Exodus. Resta soprattutto un modo di considerare le persone con dipendenze: non casi da archiviare o individui da giudicare, ma uomini e donne da accompagnare verso una nuova possibilità.

Nel corso della sua vita don Mazzi aveva assistito alla trasformazione delle droghe e del disagio sociale, continuando a chiedere più prevenzione, più educatori e maggiore vicinanza alle famiglie.

La sua esperienza si inserisce in un impegno più ampio contro le fragilità e l’esclusione, portato avanti anche da realtà territoriali attraverso percorsi di salute e inclusione rivolti alle persone più vulnerabili.

Una vita trascorsa a cercare chi si era perso

Don Antonio Mazzi non amava essere descritto soltanto come il sacerdote dei tossicodipendenti. Il suo lavoro guardava prima di tutto alla persona e alla possibilità di ricostruire una vita dopo una caduta.

Ha attraversato oltre settant’anni di ministero religioso e impegno civile senza rinunciare alla convinzione che l’educazione richieda presenza, coraggio e tempo.

Il fondatore di Exodus lascia un patrimonio fatto di comunità, progetti e migliaia di storie personali. Ma soprattutto lascia un principio che ha guidato tutta la sua vita: nessun giovane deve essere considerato definitivamente perduto.

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