Eric Mazur a Padova: «Rovesciate l’aula», il confronto con docenti e dirigenti
Nell’Aula Magna dell’Università di Padova il docente di Harvard ha dialogato con insegnanti, dirigenti e formatori sul superamento della
PADOVA - Dalla lezione frontale alle domande in aula, dal trasferimento di nozioni al lavoro sulla comprensione: è questo il punto al centro dell’incontro che ha portato martedì 9 giugno nell’Aula Magna dell’Università di Padova Eric Mazur, docente di Fisica ad Harvard e tra i pionieri della flipped classroom. Davanti a una platea di docenti universitari e insegnanti della scuola secondaria, Mazur ha invitato a «rovesciare la classe», mettendo in discussione un modello didattico che, secondo lui, continua a lasciare agli studenti proprio la parte più difficile dell’apprendimento.
L’appuntamento, intitolato “Lezione di futuro”, si è tenuto negli spazi che ospitano la cattedra che fu di Galileo. L’iniziativa è stata promossa dall’Università di Padova insieme ad ALMA, rete di 14 atenei italiani impegnati nella didattica innovativa digitale, all’interno del progetto PNRR Advanced Learning Multimedia Alliance for inclusive academic innovation. Ad aprire il pomeriggio sono stati i saluti di Giuseppe Radaelli, delegato del Rettore all’Orientamento, tutorato e placement, di Margherita Cera, assessora all’Innovazione del Comune di Padova, e l’intervento di Marina De Rossi, delegata alla Didattica innovativa dell’Ateneo. Sul tema si inserisce anche il recente confronto dell’Università di Padova sulla didattica innovativa.
Il metodo proposto da Mazur
Più che una conferenza tradizionale, quella di Mazur è stata una riflessione costruita a partire dalla propria esperienza personale. Il docente ha raccontato di aver iniziato a insegnare replicando il modello ricevuto dai suoi professori, senza interrogarsi davvero su come si apprende. Da qui la critica al formato classico della lezione: «La conoscenza non è qualcosa che si può semplicemente trasmettere, deve essere costruita nel cervello di chi apprende».
Secondo Mazur, durante una spiegazione frontale gli studenti spesso prendono appunti ma non hanno il tempo di elaborare davvero i contenuti. La comprensione viene rimandata a dopo, con il rischio che quel passaggio non avvenga mai. Per questo la flipped classroom rovescia lo schema: agli studenti viene affidata a casa la parte più semplice, cioè l’acquisizione iniziale delle informazioni, mentre il tempo in classe viene utilizzato per lavorare sull’assimilazione, attraverso domande, confronto e ragionamento.
Mazur ha illustrato anche la struttura tipica delle sue lezioni: si parte da una domanda, segue un primo sondaggio per raccogliere le risposte, poi il confronto in piccoli gruppi e infine un nuovo sondaggio per verificare se le posizioni siano cambiate dopo la discussione tra pari. Solo alla fine arriva la spiegazione conclusiva del docente. Un modello che, durante l’incontro in Aula Magna dell’Università di Padova, è stato mostrato anche con una breve esercitazione pratica che ha coinvolto direttamente gli insegnanti presenti.
Il confronto con scuola e università
Accanto all’intervento di Mazur, il dibattito ha messo in fila criticità molto concrete vissute da chi insegna ogni giorno. Luca Piccolo, dirigente scolastico del Liceo Classico Tito Livio di Padova, ha richiamato alcuni dei principali ostacoli al cambiamento: un esame di Stato ancora molto legato alla memorizzazione, la pressione dei programmi da rispettare e rendicontare, e una valutazione spesso percepita più come giudizio che come occasione di apprendimento, con conseguente ansia da prestazione. Piccolo ha citato anche il rischio del cheating, osservando che quando la valutazione finale assume anche un valore economico aumentano le scorciatoie.
Sul tema della verifica finale, Mazur ha risposto ribaltando ancora una volta la prospettiva: il vero limite, ha spiegato, è proprio l’idea che un esame conclusivo debba decidere tutto. A suo avviso il modo migliore per valutare uno studente è osservarlo lungo l’intero semestre e interagire con lui nel percorso, perché questo consente di conoscerne capacità e progressi molto più di un test di due ore. Ha inoltre sostenuto che insegnare per la comprensione non penalizza i risultati rispetto a una preparazione basata sulla memoria e sulla ripetizione.
Lucia Trevisan, insegnante e tutor nella scuola secondaria, ha portato l’attenzione sull’aspetto inclusivo del metodo, sottolineando come un approccio di questo tipo possa valorizzare anche studenti che nella didattica tradizionale faticano a emergere. Trevisan ha ricordato però che i docenti che si allontanano dal modello trasmissivo si espongono spesso a critiche da parte della società, delle famiglie e talvolta degli stessi colleghi. Una situazione, ha raccontato Mazur, vissuta anche da lui quando iniziò a cambiare metodo e fu accusato di “non fare lezione”.
I nodi emersi dal dibattito
Nel confronto sono entrati anche i temi della formazione iniziale e del ruolo dell’insegnante in un sistema in trasformazione. Filippo Marcato, dottorando del Dipartimento FISPPA dell’Università di Padova, ha insistito sulla necessità di lavorare con i futuri insegnanti sulle aspettative e sull’idea stessa di scuola: quale sistema educativo si immagina e in quale direzione si vuole andare.
Carlo Marzolo, dirigente scolastico del Liceo Statale Ippolito Nievo, ha posto una riflessione più ampia e problematica sul cambiamento del modello tradizionale e sull’impatto dell’intelligenza artificiale, osservando che spesso gli studenti conoscono questi strumenti più dei docenti. Ha descritto il disagio di chi nella scuola si sente spinto a cambiare senza avere basi stabili e ha chiesto a Mazur se il principio di autorità che per anni ha sostenuto l’insegnamento classico sia davvero da abbandonare del tutto o se, nel rincorrere l’innovazione, si rischi di perdere qualcosa nel lungo periodo.
Su un piano ancora più generale si è collocato l’intervento di Fabio Grigenti, presidente del Consiglio della Scuola di Scienze umane, sociali e del patrimonio culturale dell’Università di Padova. Grigenti ha legato il tema della didattica al mutamento del rapporto con la verità, che non si presenta più come dato verticale ma come esito di un processo dialogico capace di dare ragione di sé. In questo quadro, ha osservato, il docente non è chiamato soltanto a spiegare, ma anche a chiarire a cosa serva ciò che sta spiegando.
L’incontro padovano ha riunito dirigenti scolastici, docenti e formatori in un momento di confronto che si inserisce nel lavoro della rete ALMA, composta da 14 atenei italiani impegnati nello sviluppo della didattica innovativa digitale nell’ambito del progetto PNRR Advanced Learning Multimedia Alliance for inclusive academic innovation.