Funerali di Alex Zanardi, Padova si ferma: la handbike, gli applausi e l'ultimo abbraccio

È stato il congedo pubblico da un uomo che, in oltre trent'anni di vita agonistica e civile, ha cambiato il modo in cui molti italiani guardano alla parola limite.

05 maggio 2026 12:48
Funerali di Alex Zanardi, Padova si ferma: la handbike, gli applausi e l'ultimo abbraccio -
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Padova ha salutato Alex Zanardi nella Basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle, dove questa mattina alle 11 si sono svolti i funerali dell'ex pilota di Formula 1, campione CART e simbolo del movimento paralimpico. La cerimonia ha raccolto migliaia di persone tra l'interno della basilica e la piazza, in una mattinata segnata dalla pioggia, dagli applausi e da una commozione composta.

Non è stato soltanto il funerale di un grande sportivo. È stato il congedo pubblico da un uomo che, in oltre trent'anni di vita agonistica e civile, ha cambiato il modo in cui molti italiani guardano alla parola limite. Zanardi era morto nella serata del 1 maggio 2026, a 59 anni. La notizia della scomparsa era stata raccontata da Nordest24 nell'articolo "E' morto Alex Zanardi: addio al campione paralimpico", mentre il Veneto aveva già preparato l'ultimo saluto con il lutto e la cerimonia a Padova, come approfondito nel pezzo "Alex Zanardi: proclamato il lutto regionale. In Veneto l'ultimo abbraccio al campione".

A fine mattinata resta l'immagine più forte: la handbike di Zanardi accanto alla bara, quasi a dire che la seconda vita del campione non è stata una parentesi dopo la tragedia, ma una nuova forma di pienezza. Intorno, la famiglia, i ragazzi di Obiettivo3, il mondo dello sport, le istituzioni e tanti cittadini che non erano lì per curiosità, ma per riconoscenza.

La Basilica di Santa Giustina piena e la folla in Prato della Valle

La Basilica di Santa Giustina si è riempita fin dal mattino. Fuori, in Prato della Valle, molte persone hanno seguito la funzione grazie ai maxischermi predisposti per contenere l'afflusso. La scelta della famiglia di evitare dirette televisive ha dato alla cerimonia un tono preciso: un funerale pubblico, sì, ma non uno spettacolo. Un momento condiviso, ma protetto dal clamore.

Secondo le cronache aggiornate da Sky TG24, all'arrivo del feretro in Prato della Valle è partito un lungo applauso, poi ripetuto anche in chiesa. La moglie Daniela Manni e il figlio Niccolò hanno accompagnato la bara, salutando i presenti con un gesto di ringraziamento. Accanto a loro anche la madre di Alex, Anna, circondata dall'abbraccio di chi in Zanardi ha visto molto più di un campione.

Santa Giustina, negli ultimi anni, è diventata uno dei luoghi in cui il Nordest si raccoglie nei passaggi più dolorosi della sua memoria civile. Nella stessa basilica Padova aveva salutato Giulia Cecchettin, come raccontato da Nordest24 nell'articolo sui funerali di Giulia Cecchettin a Padova, e più recentemente i tre carabinieri morti nell'esplosione di Castel d'Azzano, ricordati nel servizio sui funerali solenni dei Carabinieri a Santa Giustina. Anche oggi quel luogo ha assunto una funzione collettiva: non solo chiesa, ma spazio di comunità.

La handbike vicino alla bara: il simbolo che racconta la seconda vita di Alex

La presenza della handbike vicino all'altare ha trasformato la cerimonia in un racconto silenzioso. Non servivano immagini di repertorio, non servivano medaglie esposte, non serviva ripercorrere ogni traguardo. Bastava quel mezzo, diventato nel tempo una specie di firma esistenziale: la prova concreta che Zanardi non aveva semplicemente "ripreso" a vivere dopo l'incidente del 2001, ma aveva costruito un'altra vita, nuova, radicale, competitiva, generosa.

Dopo aver perso entrambe le gambe al Lausitzring, Zanardi avrebbe potuto diventare il protagonista di una storia raccontata solo al passato. Invece scelse il futuro. Tornò a guidare, si mise alla prova nel turismo, poi entrò nell'handbike con una naturalezza quasi spiazzante. Da lì arrivarono le Paralimpiadi, i titoli mondiali, i successi a Londra 2012 e Rio 2016. Il Comitato Paralimpico Internazionale lo ha ricordato come pioniere, icona e leggenda del movimento paralimpico.

Quella handbike, oggi, non era un trofeo. Era una chiave di lettura. Diceva che il corpo ferito non aveva cancellato l'atleta, che la disabilità non aveva chiuso la possibilità di competere, che il dolore non era diventato una gabbia. Per questo l'immagine ha colpito anche chi magari non ha seguito ogni gara di Zanardi: perché parla una lingua più ampia dello sport.

Obiettivo3, l'abbraccio più fedele alla sua eredità

Tra i momenti più intensi della mattinata c'è stato l'abbraccio tra la madre di Zanardi e i ragazzi di Obiettivo3, il progetto sportivo nato dalla visione di Alex per accompagnare persone con disabilità verso lo sport paralimpico. La cronaca live di la Repubblica ha segnalato proprio questo passaggio come uno dei più emozionanti della cerimonia.

Obiettivo3 non è un dettaglio laterale nella storia di Zanardi. È forse il punto in cui la sua esperienza personale ha smesso di essere soltanto testimonianza ed è diventata metodo. Alex non si limitava a dire che si può ricominciare: cercava strumenti, biciclette, contatti, tecnici, percorsi, occasioni. Trasformava una frase motivazionale in logistica, allenamento, disciplina, progettualità. Sul sito ufficiale di Obiettivo3 il progetto viene presentato come una realtà sportiva nata per dare concretezza a quell'idea.

Per questo l'abbraccio di oggi pesa più di molte parole. I ragazzi di Obiettivo3 non erano soltanto presenti al funerale di un fondatore. Erano la dimostrazione viva che una storia individuale può lasciare tracce operative nella vita degli altri. E in Veneto, dove il tema dello sport come inclusione è stato più volte al centro di progetti pubblici e sanitari, Nordest24 aveva già raccontato esperienze simili nell'approfondimento sul protocollo per promuovere lo sport tra le persone con disabilità.

Don Marco Pozza e un'omelia senza retorica

A celebrare il funerale è stato don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova e amico personale di Zanardi. La sua presenza non è stata casuale. In questi anni il sacerdote aveva mantenuto un legame riservato con la famiglia e con Alex, portando anche vicinanza spirituale nei momenti successivi al grave incidente del 2020.

Il senso dell'omelia, secondo quanto riportato dalle cronache della mattinata, è stato quello di sottrarre Zanardi alla retorica facile. Non bastava dire "Alex siamo noi", non bastava trasformarlo in una formula buona per ogni occasione. Il punto era chiedersi se la sua eredità verrà davvero raccolta. Zanardi, nel racconto di don Pozza, non è stato un santino laico, ma un uomo capace di ascoltare, di incuriosirsi, di restare umano anche dentro una vita straordinaria.

Questa è forse la parte più difficile da raccontare. Zanardi è stato spesso chiamato "eroe", ma la parola eroe rischia di allontanare. Lui, invece, funzionava perché sembrava vicino. Aveva vissuto eventi enormi, eppure continuava a parlare con leggerezza, intelligenza, ironia. Non nascondeva il dolore, ma non lo usava per chiedere pietà. Non negava la fatica, ma non lasciava che fosse la fatica a definire tutto.

Bebe Vio, Tomba, Morandi e lo sport italiano: chi c'era all'addio

Alla cerimonia hanno partecipato molti volti dello sport e della vita pubblica. Tra i presenti sono stati indicati Bebe Vio, Giovanni Malagò, Alberto Tomba, Gianni Morandi, rappresentanti del movimento paralimpico e delle istituzioni. Secondo La Stampa, la bara era preceduta dalla handbike e la basilica ha accolto fiori, lacrime e tanti atleti arrivati per un saluto personale prima ancora che ufficiale.

La presenza di Bebe Vio ha avuto un valore particolare. Lei, atleta simbolo del paralimpismo italiano, appartiene alla generazione che ha trovato in Zanardi non solo un campione da ammirare, ma un apripista culturale. Su Nordest24 il movimento paralimpico è stato raccontato anche attraverso storie come quella della giovane promessa padovana verso l'esordio olimpico, nell'articolo "Paralimpiadi, una giovane promessa di Padova verso l'esordio olimpico", e attraverso i successi di Bebe Vio, ricordati nel pezzo "Paralimpiadi: Bebe Vio oro nel fioretto".

Ma oggi non c'erano soltanto i campioni. C'erano persone comuni, tifosi, cittadini, padovani, veneti, bolognesi, appassionati di motori, atleti paralimpici, famiglie. Ciascuno portava un pezzo diverso di memoria: il pilota CART, l'uomo del sorpasso impossibile, il volto delle Paralimpiadi, il padre, il marito, il vicino di casa di Noventa Padovana, l'amico capace di far sentire importanti gli altri.

Perché Padova ha sentito questo funerale come proprio

Zanardi era nato a Bologna, ma il suo legame con il Veneto era profondo. Da anni viveva a Noventa Padovana con la famiglia. Dopo l'incidente in handbike del 2020, il Padovano era diventato anche il territorio della cura, della protezione, della riservatezza. Qui la dimensione pubblica del personaggio si era ritirata davanti alla necessità di difendere la vita privata.

Per questo il funerale a Padova non è sembrato una scelta soltanto organizzativa. Ha avuto il senso di un ritorno alla casa scelta, alla comunità che lo aveva accolto e rispettato. Bologna ha pianto il suo figlio celebre; il Veneto ha salutato l'uomo che aveva abitato questa terra negli anni più familiari e negli anni più difficili.

Il lutto regionale e i lutti cittadini hanno dato una cornice istituzionale a un sentimento già evidente. Ma la parte più vera dell'addio non era nei gonfaloni o nelle presenze ufficiali. Era nella pioggia sopportata in piazza, negli applausi, nel silenzio, nel modo in cui la folla ha rispettato la famiglia. In una cronaca così esposta, la misura è stata una forma di dignità.

Dalla Formula 1 alla CART: il pilota prima del simbolo

Per capire la profondità dell'addio di oggi bisogna ricordare che Zanardi non è diventato importante solo dopo gli incidenti. Prima della leggenda della rinascita, c'era un pilota di talento. Cresciuto nei kart, arrivato alle formule maggiori, passato in Formula 1 con Jordan, Minardi, Lotus e Williams, Zanardi aveva poi trovato negli Stati Uniti la dimensione più adatta al suo istinto.

Nel campionato CART vinse due titoli consecutivi, nel 1997 e nel 1998, diventando uno dei piloti più amati dal pubblico americano. Aveva velocità, controllo, creatività, ma anche una capacità rara di comunicare. Non era soltanto uno che guidava forte: era uno che faceva capire perché la velocità potesse essere bellezza, rischio, tecnica, carattere.

Il sito ufficiale della Formula 1 ha pubblicato un ricordo di Zanardi, sottolineando la doppia dimensione della sua carriera: ex pilota del Circus e poi campione paralimpico. L'approfondimento è disponibile su Formula1.com. Anche l'Associated Press ha ricostruito la sua traiettoria sportiva mettendo insieme automobilismo, incidente del 2001, Paralimpiadi e l'ultimo grave incidente del 2020.

Il 2001 e il 2020: due fratture, una sola lezione di dignità

Il 15 settembre 2001, al Lausitzring, l'incidente in CART gli causò l'amputazione di entrambe le gambe. Quella data avrebbe potuto diventare il confine definitivo tra una vita e il suo dopo. Invece, per Zanardi, il dopo fu una ricostruzione. Non immediata, non semplice, non romantica. Una ricostruzione fisica, tecnica, psicologica, familiare, sportiva.

Il secondo grave incidente arrivò il 19 giugno 2020, durante una staffetta in handbike in Toscana. Le sue condizioni furono seguite per mesi con attenzione nazionale. Nordest24 aveva raccontato allora gli aggiornamenti disponibili nell'articolo "Come sta Alex Zanardi? La situazione ed il bollettino medico". Negli anni successivi, per volontà della famiglia, il racconto pubblico si fece sempre più prudente e silenzioso.

Questa riservatezza è parte della storia. Oggi, nel giorno del funerale, non serve riempire il silenzio con ipotesi o dettagli non comunicati. Serve rispettarlo. La morte di Zanardi è stata annunciata dalla famiglia con parole sobrie; nessuna causa è stata resa pubblica. Ogni racconto corretto deve fermarsi a questo confine.

Il vero peso dell'eredità di Zanardi

L'eredità di Zanardi non sta solo nei numeri: quattro ori paralimpici, due argenti, titoli mondiali, vittorie in pista, campionati CART. Quei numeri contano, ma non spiegano l'applauso di oggi. Non spiegano perché migliaia di persone abbiano seguito un funerale sotto la pioggia. Non spiegano perché il suo nome venga pronunciato con una forma di affetto che va oltre il tifo.

Il punto è che Zanardi ha reso visibile una possibilità. Ha mostrato che la fragilità non cancella la competenza. Che la disabilità non è una diminuzione dell'identità. Che la tecnologia, quando incontra il talento e la disciplina, può diventare libertà. Che il coraggio non è fare finta che il dolore non esista, ma continuare a costruire anche quando il dolore esiste eccome.

Per questo la sua storia ha parlato a persone molto diverse: sportivi, persone con disabilità, famiglie, medici, tecnici, appassionati di motori, studenti, cittadini che magari non hanno mai visto una gara di handbike ma hanno riconosciuto in lui una forma di energia morale. Zanardi non ha semplicemente rappresentato la resilienza. L'ha resa concreta, operativa, quotidiana.

L'addio senza spettacolo: il rispetto della famiglia

Uno degli aspetti più significativi della mattinata è stato il modo in cui il lutto pubblico ha cercato di non invadere il dolore privato. La famiglia aveva chiesto riservatezza. La scelta di non trasmettere le esequie in diretta televisiva va letta in questa direzione. Chi voleva esserci, c'era; chi era fuori, ha seguito dai maxischermi; ma il centro della cerimonia è rimasto il saluto, non la spettacolarizzazione.

In un'epoca in cui tutto viene trasformato in immagine, l'addio a Zanardi ha ricordato che esistono ancora momenti in cui la misura conta. La folla, gli applausi, i volti dello sport, le istituzioni: tutto era pubblico. Ma il dolore di Daniela, Niccolò e Anna restava loro. E così doveva essere.

Padova saluta Alex Zanardi: cosa resta dopo il funerale

Dopo la cerimonia delle 11, Padova resta con una memoria precisa: una basilica gremita, una piazza bagnata dalla pioggia, una handbike accanto alla bara, i ragazzi di Obiettivo3 stretti alla famiglia, gli applausi all'arrivo del feretro, il silenzio di chi ha capito di partecipare a qualcosa di più grande di un rito.

Alex Zanardi viene salutato come campione, ma soprattutto come uomo che ha costretto il Paese a cambiare sguardo. Prima sulla disabilità, poi sulla forza, poi sulla fragilità, infine sul pudore. La sua storia non è una favola edificante: è una vita vera, durissima, piena di talento, incidenti, vittorie, amore familiare, dolore e servizio agli altri.

Forse è per questo che l'addio di oggi è stato così partecipato. Non perché Zanardi abbia insegnato a non cadere. Ma perché ha mostrato, più volte, che cadere non deve avere l'ultima parola.

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