In Friuli Venezia Giulia 17 specie animali aliene invasive sono già presenti

L’aggiornamento della Regione fotografa un fenomeno che passa anche dalle città: nell’area triestina l’espansione del geco comune è tra i casi da approfondire.

27 settembre 2026 17:12
In Friuli Venezia Giulia 17 specie animali aliene invasive sono già presenti -
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TRIESTE – Un geco su un muro, una rana verde in uno stagno, una piccola planaria nel terriccio: non sono dettagli da curiosità naturalistica. Possono essere i segnali visibili di un cambiamento che la Regione Friuli Venezia Giulia sta misurando e ordinando per priorità. L’ultimo aggiornamento delle liste regionali, pubblicato il 23 settembre, conferma sul territorio 17 specie animali aliene invasive di rilevanza unionale, sulla base di dati raccolti tra il 2020 e il 2026.

Il dato non dice che ogni animale non autoctono sia un’emergenza né autorizza conclusioni affrettate su una singola osservazione. Dice però che il fenomeno è ormai parte della gestione ordinaria del territorio: prevenzione, rilevamento precoce e contenimento sono le tre parole con cui la Regione affronta specie introdotte dall’uomo, volontariamente o per effetto dei traffici, che possono danneggiare biodiversità, salute o attività economiche.

Il tema torna concreto a Trieste proprio nel giorno conclusivo di Trieste Next. Il naturalista Nicola Bressi, curatore del Museo di Storia Naturale, porta domenica 27 settembre l’incontro gratuito Coinquilini bestiali, dedicato agli animali che entrano nelle abitazioni e alle specie che si adattano agli spazi urbani. Il programma del festival richiama esplicitamente il ruolo dei traffici globali e delle condizioni climatiche nel rendere le città habitat possibili per nuove presenze. Ma l’appuntamento culturale è soprattutto un buon punto di partenza per leggere dati e casi locali, senza trasformare ogni incontro con un animale in un allarme.

Che cosa misura davvero l’aggiornamento regionale

Una specie aliena è una specie trasferita dall’uomo fuori dal suo areale naturale; diventa invasiva quando la sua presenza o diffusione produce, o può produrre, effetti negativi rilevanti. La pagina della Regione dedicata alle liste IAS è chiara su due punti. Il primo: le liste non sono un catalogo immobile, ma uno strumento operativo aggiornabile quando cambiano distribuzione e status delle specie. Il secondo: il numero di 17 riguarda esclusivamente gli animali di rilevanza unionale già confermati in FVG, non l’intera fauna alloctona presente nella regione.

Per le piante il quadro è ancora più ampio: la checklist regionale del Museo friulano di storia naturale conta 336 piante aliene, circa il 10,5% della flora regionale, ma solo una parte è classificata come invasiva. La distinzione è essenziale anche per gli animali: non tutte le specie non native sono gestibili nello stesso modo, né tutte richiedono lo stesso tipo di intervento. Le priorità dipendono da diffusione, impatto, possibilità concreta di eradicazione e risorse disponibili.

La cornice operativa è la Strategia regionale 2021-2026, rivista nel 2025. Prevede prevenzione per le specie che non devono entrare o essere rilasciate, sorveglianza e intervento rapido per le nuove presenze, gestione e contenimento per quelle ormai diffuse. La Regione segnala inoltre che il sistema di sorveglianza conta circa cento dipendenti di enti regionali formati al riconoscimento e alla segnalazione.

Il caso Trieste: il geco non è solo un ospite dei muri

Nel documento tecnico che accompagna la revisione della strategia, l’area triestina emerge con un caso preciso. Il Tarentola mauritanica, il geco comune, è considerato alloctono per il Friuli Venezia Giulia; risulta localmente presente e acclimatato da anni. La Regione rileva che negli anni più recenti la specie ha avuto una particolare espansione nell’ex provincia di Trieste e indica come questione da approfondire il possibile impatto su altri sauri.

Il passaggio merita precisione: non equivale a dire che ogni geco osservato in città sia un danno accertato, né certifica da solo un nesso di causa ed effetto. La formulazione regionale parla di possibile correlazione, in alcune località, tra l’aumento del geco comune e la contrazione dell’Algyroides nigropunctatus, il lagarto nero. È esattamente il tipo di situazione in cui la qualità dell’osservazione conta più della semplificazione: riconoscere una specie, ricostruirne la distribuzione e capire se compete per rifugi o risorse richiede dati ripetuti, non impressioni.

Trieste ha ragioni concrete per investire in questa conoscenza. Il Comune ha affidato all’Università di Trieste una indagine su presenza, distribuzione e abbondanza relativa dei mammiferi di media e grande taglia nel territorio comunale: servirà ad aggiornare la check-list faunistica del Piano regolatore e a costruire modelli di probabilità di presenza utili alla pianificazione e ai monitoraggi. L’importo dell’affidamento è di 19.276 euro IVA inclusa. Non riguarda il geco, ma mostra un cambio di impostazione: la fauna urbana e periurbana entra nel lavoro con cui si programmano territorio, verde e valutazioni ambientali.

Non solo muri: le rane orientali e il suolo sotto osservazione

Il documento regionale indica anche la presenza e la diffusione, nella parte orientale del FVG – le ex province di Gorizia e Trieste – di rane verdi alloctone, presumibilmente di origine balcanica e riferibili al genere Pelophylax. È un dato per cui la Regione chiede approfondimenti, non una classificazione definitiva dell’impatto. Proprio per questo va letto come un’indicazione di monitoraggio: le zone umide minori, gli stagni e i corsi d’acqua di pianura possono essere luoghi decisivi per capire se una nuova popolazione si sta stabilizzando.

Un altro segnale arriva da organismi quasi invisibili. La revisione della strategia cita le planarie alloctone Caenoplana bicolor e Diversibipalium multilineatum: la loro diffusione desta preoccupazione per il possibile impatto sulla fertilità del suolo. È una scala diversa da quella dei rettili o degli animali acquatici, ma restituisce bene il senso del fenomeno: la questione delle specie aliene non coincide con gli animali più riconoscibili e non riguarda soltanto parchi o riserve. Può interessare terreni, giardini, vasi e filiere produttive.

Quando una specie è nuova o localizzata, il vantaggio è il tempo. La strategia regionale punta proprio sul rilevamento precoce: intercettare un primo nucleo può rendere possibile una risposta rapida; quando invece una specie è già ampiamente insediata, l’obiettivo realistico diventa il contenimento. Questa differenza spiega perché le istituzioni raccolgono dati anche su presenze che al momento non hanno conseguenze quantificabili.

Dal porto al cortile, le vie di ingresso sono diverse

Ridurre tutto al cambiamento climatico sarebbe incompleto. La Regione richiama le modifiche delle condizioni ambientali tra i fattori che possono cambiare lo status delle specie, ma l’introduzione è spesso legata direttamente alle attività umane: commercio di animali e piante, rilasci, trasporti, traffici internazionali. In un territorio portuale come quello triestino, la connessione con il mare è particolarmente visibile.

Nei porti di Trieste e Monfalcone è già operativo l’impianto mobile per il trattamento delle acque di zavorra, una risposta tecnica al rischio di introduzione di organismi estranei attraverso il traffico navale. Secondo le stime riportate nel progetto ALIENA, nell’Adriatico sono presenti circa 217 specie non indigene e quasi 90 nel solo Golfo di Trieste; almeno metà delle introduzioni nel mare Adriatico è attribuita al traffico navale. Sono numeri riferiti all’ambiente marino, quindi non vanno sommati alle 17 specie animali unionali presenti in FVG: descrivono una scala e un sistema di rilevazione diversi.

La stessa logica di prevenzione riguarda le attività economiche di costa. Il punto sul granchio blu e la filiera dell’Alto Adriatico ha mostrato come una specie invasiva possa incidere sulla molluschicoltura, sulla protezione del seme e sull’organizzazione del lavoro. Nel caso triestino, invece, geco, rane e planarie riportano l’attenzione alla dimensione urbana e terrestre: non c’è una sola specie aliena, ma un insieme di problemi e possibili effetti che richiedono strumenti differenti.

Una questione di conoscenza, non di allarmismo

Per residenti e imprese il cambiamento più concreto non è l’obbligo di diventare esperti di zoologia. È la presenza di una rete pubblica che sta aggiornando liste, dati e priorità, e che richiede di evitare comportamenti capaci di favorire nuove immissioni. Per le specie di rilevanza unionale le regole vietano introduzione, detenzione, allevamento, commercio, dono, riproduzione e rilascio nell’ambiente; il divieto non trasforma però ogni animale sconosciuto in un caso da gestire autonomamente.

La risposta corretta resta documentare e rivolgersi ai canali competenti, senza catture improvvisate, trasferimenti o rilasci. È il principio che tiene insieme l’incontro di Bressi e il lavoro regionale: conoscere gli animali vicini significa distinguere una presenza comune da un segnale utile al monitoraggio, e lasciare che identificazione e gestione spettino a chi ha strumenti e competenze. Per chi vuole approfondire il quadro generale, restano disponibili anche le pubblicazioni regionali su specie protette e invasive, con le schede di riconoscimento e le misure di contenimento.

Il dato delle 17 specie non racconta una città o una regione invasa. Racconta piuttosto un territorio che ha scelto di rendere visibili i cambiamenti prima che diventino più difficili da gestire: dal cortile di Trieste alle acque dell’Alto Adriatico, la biodiversità è sempre meno una materia lontana dalla vita quotidiana.

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