In Friuli Venezia Giulia il lavoro domestico è sempre più lavoro di cura
Il rapporto regionale 2026 fotografa un settore trasformato dall'invecchiamento: quasi nove assunzioni su dieci riguardano assistenti familiari, ma mancano ricambio e personale nelle aree interne.
FRIULI VENEZIA GIULIA – In Friuli Venezia Giulia il lavoro domestico non coincide più soprattutto con pulizie e collaborazione in casa: è diventato, in misura crescente, lavoro di cura. Il passaggio è misurabile. Nel 2010 poco più del 60% delle assunzioni nel comparto riguardava figure impegnate direttamente nell'assistenza alla persona; nel 2025 la quota sfiora il 90%. Nello stesso arco di tempo, i rapporti a tempo pieno sono passati da circa il 24% a oltre il 52% delle assunzioni.
Il dato arriva dal rapporto 2026 dell'Osservatorio regionale del mercato del lavoro, dedicato al lavoro domestico come infrastruttura della cura. È una fotografia utile perché mette in relazione i contratti attivati fino al 2025, la trasformazione demografica e la tenuta dei servizi. Non certifica che ogni bisogno sia coperto, né che il lavoro irregolare sia scomparso; dice però che una parte sempre più importante dell'assistenza quotidiana a casa passa da rapporti di lavoro privati e da professioni che richiedono presenza continuativa.
Da colf a assistenti familiari: che cosa sta cambiando
La distinzione conta anche per le famiglie. Una collaborazione domestica di poche ore e l'assistenza a una persona anziana o non autosufficiente non hanno lo stesso carico, la stessa organizzazione né lo stesso tipo di rapporto. L'Osservatorio registra proprio questo spostamento: cresce il peso delle assistenti familiari, mentre diminuisce quello relativo delle collaboratrici domestiche tradizionali. L'aumento dei tempi pieni è coerente con bisogni che non possono essere concentrati in un intervento settimanale.
Il fenomeno non nasce da un solo fattore. L'invecchiamento della popolazione aumenta la domanda potenziale di assistenza, ma il rapporto regionale invita a non trasformare questa relazione in una spiegazione automatica. Alla crescita concorrono anche famiglie più piccole, maggiore mobilità geografica, più donne occupate e minore disponibilità di cura informale. A ciò si aggiungono la possibile emersione di rapporti prima non dichiarati, una maggiore professionalizzazione e strumenti migliori per incontrare domanda e offerta.
La discontinuità più evidente nelle assunzioni è quella del 2016-2017: in un anno il loro numero aumenta di oltre un terzo. Il documento non attribuisce l'impennata a una causa unica e sarebbe scorretto farlo. La lettura prudente è che più cambiamenti, già in corso, sono diventati visibili nello stesso periodo. Nel 2020 il saldo fra assunzioni e cessazioni ha superato le duemila unità; dal 2021, invece, le nuove attivazioni restano alte ma le cessazioni sono cresciute fino a portare i saldi vicino allo zero o in negativo. Non è automaticamente un crollo della domanda: è il segno di un settore con più mobilità e più turnover.
Una domanda che cambia da territorio a territorio
Il rapporto non descrive una regione uniforme. Con un indice che confronta la quota di popolazione anziana con quella delle assunzioni domestiche del 2025, il Medio e Alto Friuli presenta lo squilibrio più marcato: +3%, cioè una presenza relativa di anziani maggiore rispetto alle assunzioni rilevate. L'area Giuliana è a +1%, l'Isontino è vicino all'equilibrio. Pordenonese e area di Udine e Bassa Friulana sono invece a -2%, con una maggiore incidenza relativa di assunzioni formalizzate.
Questo indice non stabilisce dove sia più facile trovare una badante e non è una graduatoria di qualità dei servizi. Serve a porre una domanda concreta: a parità di età e fragilità, i bisogni riescono a trasformarsi allo stesso modo in assistenza professionale regolare? La risposta dipende anche dai redditi familiari, dalle reti di parentela, dai servizi disponibili, dalla distanza nei piccoli comuni e dalla disponibilità di persone disposte a lavorare in convivenza. Il rapporto segnala che proprio nelle aree interne la ricerca di personale per questi rapporti è più difficile.
Per le famiglie è un passaggio tutt'altro che teorico. La scelta fra assistenza domiciliare, centro diurno e residenza dipende dalla condizione della persona e dalla valutazione dei servizi territoriali; non esiste una soluzione valida per tutti. Il recente quadro regionale sui nuovi centri diurni e sui posti programmabili mostra il lato pubblico della rete. Il lavoro domestico regolare ne è il complemento privato: può sostenere la permanenza a domicilio, ma non sostituisce presa in carico sociosanitaria, cure infermieristiche o interventi che richiedono servizi professionali dedicati.
Il problema non è soltanto trovare lavoro, ma trovare chi può svolgerlo
La pressione è doppia: invecchia la popolazione che ha bisogno di assistenza e invecchia anche la forza lavoro che la presta. Nel 2025 le donne rappresentano circa il 95% delle assunzioni del settore, contro l'85% del 2010. Fra le lavoratrici, la quota delle over 50 è salita dal 29% al 64%. Il comparto mantiene una componente straniera essenziale, ma nel periodo osservato cresce anche il peso relativo dei lavoratori italiani, diventati il gruppo nazionale più numeroso.
I numeri non autorizzano a parlare di una mancanza identica in ogni comune. Rilevano però un rischio strutturale: se aumentano i rapporti brevi, le cessazioni e l'età media di chi lavora, una domanda alta non garantisce da sola continuità dell'assistenza. Le ragioni di una cessazione possono essere diverse – variazioni nel bisogno assistenziale, ingresso in una struttura, cambio di datore di lavoro, ricerca di condizioni migliori – e i dati disponibili non permettono di attribuire ogni interruzione a una sola causa.
È proprio qui che la regolarità ha un valore pratico, non soltanto formale. Un contratto definisce inquadramento, orario, contributi, ferie e tutele; rende inoltre più chiaro il rapporto tra la famiglia e chi presta assistenza. Il documento regionale avverte che il costo della cura può rendere difficile l'accesso alle soluzioni necessarie e favorire, in alcuni casi, il sommerso. Le famiglie FVG spendono circa 198 milioni di euro l'anno per assistenza domiciliare: è la stima richiamata dalla pagina regionale sulle buone pratiche di domiciliarità, che segnala anche il ruolo dei sostegni legati alla non autosufficienza.
La rete pubblica: SI.CON.TE, formazione e sostegni alla domiciliarità
In Friuli Venezia Giulia esiste SI.CON.TE, il servizio pubblico regionale gratuito dedicato al lavoro domestico. È composto da 17 uffici e, secondo la Regione, accompagna in media ogni anno 3.000 famiglie e 2.800 lavoratori domestici: offre incontro fra domanda e offerta, informazioni su contratti e formazione e orientamento verso i servizi di welfare. Non è un'agenzia che garantisce una persona disponibile in tempi fissi, ma è un punto di accesso per non affrontare da soli la ricerca e gli adempimenti.
Il sistema regionale ha anche attivato percorsi per l'assistente familiare: tra novembre 2023 e dicembre 2025 sono state formate 353 persone, 97 delle quali hanno completato corsi di qualifica regionale; i corsi complessivi, fra aggiornamento e qualifica, sono stati 43. Sono numeri che mostrano un tentativo di costruire competenze, non la soluzione immediata alla carenza di personale.
Per chi sostiene a casa un familiare non autosufficiente, la cornice economica resta altrettanto importante. Le risorse 2026 del Fondo per l'Autonomia Possibile destinate ai caregiver vanno lette insieme ai percorsi dei servizi sociali e sociosanitari: non sono un rimborso automatico di ogni spesa per un'assistente familiare e l'accesso dipende dalla presa in carico e dai requisiti previsti.
La conseguenza per residenti e imprese sociali
Il punto centrale non è sostituire un familiare con una figura privata, né opporre domicilio e struttura. È riconoscere che il lavoro di cura a casa è ormai una parte stabile del welfare regionale e che la sua disponibilità incide sulla vita di chi invecchia, dei caregiver e di chi lavora nel settore. Per i residenti questo significa cercare risposte integrate, partendo dalla valutazione territoriale del bisogno e ricorrendo ai canali pubblici per l'incontro regolare tra domanda e offerta. Per cooperative, enti di formazione e gestori sociali significa confrontarsi con un bacino di lavoro crescente ma più instabile, dove formazione, condizioni sostenibili e ricambio generazionale diventano decisivi.
La verifica nei prossimi anni non sarà soltanto quante assistenti familiari verranno assunte. Sarà capire se Medio e Alto Friuli, area Giuliana, Pordenonese e Bassa Friulana riusciranno a collegare meglio bisogni, servizi e lavoro regolare, senza scaricare l'intero peso dell'assistenza sulle famiglie. È questa la trasformazione documentata dal rapporto: la cura domiciliare non è più un margine dell'economia domestica, ma una infrastruttura concreta della vita quotidiana del Friuli Venezia Giulia.