Studenti stranieri a scuola, per il CNDDU i divari dipendono più dal reddito

Nei dati PISA 2022 citati dal Coordinamento, il 52% degli studenti migranti è in fascia svantaggiata e la sola quota in classe non spiega….

25 settembre 2026 00:19
Studenti stranieri a scuola, per il CNDDU i divari dipendono più dal reddito -
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ROMA - Nel dibattito sulla presenza degli studenti con background migratorio nelle scuole italiane, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani chiede di spostare l’attenzione dalle sole percentuali alle condizioni reali degli istituti. Il punto, secondo il CNDDU, è che la conoscenza dell’italiano resta decisiva per l’apprendimento, ma da sola non spiega i divari scolastici: pesano anche situazione economica, fragilità territoriali e disponibilità di risorse.

Il riferimento è anche alle nuove disposizioni sulla composizione delle classi, con il limite del 30% per gli studenti che non possiedono un’adeguata conoscenza della lingua italiana. Per il Coordinamento, la misura può avere una funzione organizzativa, ma la sua efficacia dipenderà da come verrà applicata e dai contesti in cui le scuole operano.

I dati PISA 2022 richiamati dal CNDDU

Secondo i dati PISA 2022 citati dal Coordinamento, in Italia gli studenti con background migratorio rappresentavano l’11% dei quindicenni coinvolti nell’indagine. Tra loro, il 52% apparteneva alla fascia socioeconomicamente svantaggiata, contro il 25% dell’intera popolazione studentesca considerata.

Per il CNDDU questo dato è centrale, perché mostra come origine migratoria e svantaggio economico si sovrappongano spesso.

Anche i risultati nelle prove vanno nella stessa direzione. In matematica, il divario iniziale tra studenti senza e con background migratorio in Italia era pari a 30 punti, ma una volta considerato il profilo socioeconomico la differenza non risultava più statisticamente significativa. Nella lettura, il divario iniziale era di 31 punti e anche in questo caso perdeva significatività dopo l’aggiustamento per le condizioni socioeconomiche.

Il quadro internazionale, aggiunge il Coordinamento, conferma la necessità di non fermarsi a una sola variabile. Nella media OCSE, la distanza in matematica tra studenti con e senza background migratorio scendeva da 29 a 15 punti tenendo conto dello status socioeconomico, e si riduceva ulteriormente a 5 punti quando veniva considerata anche la lingua parlata in famiglia.

Perché la soglia del 30% non basta da sola

Il CNDDU non mette in discussione l’importanza di rafforzare l’italiano, soprattutto per gli studenti arrivati di recente in Italia. Una difficoltà linguistica, osserva, richiede una risposta linguistica; allo stesso modo uno svantaggio economico richiede strumenti e risorse capaci di compensare minori opportunità educative.

Per questo, la prima questione riguarda l’individuazione corretta dei destinatari della norma. La cittadinanza straniera, rileva il Coordinamento, non coincide automaticamente con una competenza linguistica insufficiente, così come il background migratorio non descrive una condizione scolastica uniforme. Uno studente appena arrivato in Italia ha esigenze diverse da chi ha già frequentato l’intero percorso scolastico nel Paese.

Se il criterio previsto è la conoscenza dell’italiano, allora servono parametri omogenei per valutarla. In mancanza di criteri chiari, il rischio è che l’origine dello studente finisca per sostituire la verifica della preparazione linguistica effettiva.

Il nodo dei territori e delle risorse scolastiche

Un secondo elemento, per il CNDDU, riguarda la distribuzione territoriale. Nei contesti dove la presenza di famiglie immigrate è più concentrata, il riequilibrio delle classi non dipende soltanto dalle decisioni dei singoli istituti. Entrano in gioco la disponibilità di posti nelle scuole vicine, l’assetto della rete scolastica, i collegamenti, le distanze e l’organizzazione quotidiana delle famiglie.

In questo quadro, una misura nazionale applicata in modo uniforme può produrre effetti diversi a seconda dei territori. Per il Coordinamento, proprio per questo la nuova disciplina andrà verificata con attenzione, distinguendo i suoi effetti da quelli legati alle condizioni economiche e sociali locali.

La scuola, sostiene il presidente del CNDDU Romano Pesavento, ha bisogno di regole che evitino concentrazioni tali da rendere più difficile il lavoro didattico. Ma fermarsi alla sola composizione delle classi non basta quando le differenze negli apprendimenti si formano anche fuori dall’aula e riflettono condizioni familiari, economiche e territoriali.

Cosa chiede il Coordinamento docenti

La richiesta finale è di valutare la nuova disciplina non sul solo raggiungimento della soglia prevista, ma su risultati verificabili. Se l’obiettivo è migliorare l’apprendimento e rafforzare l’italiano, i criteri da osservare, secondo il CNDDU, dovranno essere l’evoluzione delle competenze, la riduzione dei divari e l’efficienza nell’impiego delle risorse pubbliche.

In sintesi, per il Coordinamento la percentuale può servire a disciplinare la formazione di una classe, ma non basta da sola a spiegare perché quella classe ottenga determinati risultati. Il terreno su cui misurare una politica educativa efficace resta quindi l’intreccio tra competenze linguistiche, condizioni socioeconomiche, risorse disponibili ed esiti scolastici.

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