Trieste, Cappato e attivisti si autodenunciano dopo la morte di Lucia in Svizzera

In Questura l’esposto di Marco Cappato, Filomena Gallo e dei volontari che hanno accompagnato l’80enne triestina

04 giugno 2026 20:10
Trieste, Cappato e attivisti si autodenunciano dopo la morte di Lucia in Svizzera -
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TRIESTE - Marco Cappato, Filomena Gallo e alcuni volontari che hanno accompagnato Lucia in Svizzera si sono presentati oggi in Questura a Trieste per autodenunciarsi dopo la morte della donna, una triestina di 80 anni affetta da una patologia neurodegenerativa. L’iniziativa punta a portare all’attenzione della magistratura il caso della donna, che aveva chiesto di poter accedere in Italia alla morte volontaria medicalmente assistita.

Lucia è morta il 3 giugno in Svizzera, dove era stata accompagnata dagli attivisti legati all’associazione Luca Coscioni e a Soccorso Civile. All’uscita dagli uffici di polizia, Cappato ha spiegato che l’autodenuncia vuole sollecitare un accertamento sulle responsabilità legate al mancato accesso alla procedura nel sistema sanitario regionale, sostenendo che la Procura debba verificare anche la condotta delle autorità sanitarie coinvolte.

Con lui si sono presentati anche Filomena Gallo e i volontari che hanno preso parte al viaggio. Tra i nomi emersi figurano Antonella Lauvergnac e Matteo D’Angelo, indicati come appartenenti a Soccorso Civile. Uno dei volontari ha raccontato il trasferimento verso la Svizzera come un viaggio molto pesante per la donna, provata dalla malattia ma ancora lucida e determinata nella sua scelta.

La vicenda di Lucia, ricostruita dagli stessi attivisti, era iniziata nell’agosto 2025, quando la donna aveva chiesto ad Asugi la verifica delle condizioni previste per poter accedere legalmente alla procedura in Italia. Dopo un primo diniego, una successiva rivalutazione non avrebbe portato a una risposta definitiva. È su questo passaggio che gli attivisti chiedono ora un approfondimento da parte della Procura di Trieste.

Nel caso vengono richiamati i criteri fissati dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242 del 2019, intervenuta sul fine vita in presenza di precise condizioni cliniche e di autodeterminazione della persona. Gli attivisti sostengono che Lucia rientrasse in quel perimetro e che, non avendo ottenuto una risposta utile in tempi compatibili con il peggioramento delle sue condizioni, sia stata costretta a recarsi all’estero.

La vicenda riporta inoltre al centro del dibattito regionale un precedente recente, quello di Martina Oppelli, altra donna triestina accompagnata fuori dall’Italia dopo essersi scontrata, anche in quel caso, con un percorso segnato da dinieghi. Nel frattempo, sul piano politico e legislativo, in Italia continua a mancare una disciplina organica sul fine vita, mentre in Friuli Venezia Giulia il tema era già stato oggetto di confronto istituzionale e di una proposta di legge popolare sostenuta da 8.266 firme.

Per ora non sono stati diffusi dettagli su eventuali sviluppi immediati dell’esposto presentato a Trieste. Il passaggio compiuto oggi dagli attivisti apre però un nuovo fronte giudiziario, con la richiesta esplicita di verificare se nel diniego opposto a Lucia possano esserci profili di responsabilità.

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