Udine, Alpini e Fvg Pride nello stesso giorno: il caso accende la città. Cosa sta succedendo
Alpini e Fvg Pride nello stesso giorno a Udine: tra tensioni, diritti e sicurezza, il Comune punta alla convivenza
A Udine il 26 settembre rischia di diventare molto più di una semplice data sul calendario. Nello stesso sabato, infatti, sono previsti il raduno sezionale degli Alpini e il corteo del Fvg Pride, due appuntamenti molto diversi per storia, linguaggi, pubblico e simboli. Una contemporaneità che ha aperto un caso politico, amministrativo e culturale, mettendo il Comune davanti a una questione delicata: come garantire lo svolgimento di eventi differenti senza trasformare la città in un terreno di contrapposizione.
La vicenda è entrata in una nuova fase dopo le preoccupazioni espresse dalla sezione locale dell’Associazione nazionale alpini. Le penne nere friulane hanno chiesto all’amministrazione comunale una presa di posizione netta, arrivando a sostenere che la coabitazione tra il loro raduno e il Pride sarebbe difficilmente accettabile. Da Palazzo D’Aronco, però, la risposta è stata diversa: il Comune di Udine ha chiarito che lavorerà per la coesistenza degli appuntamenti, richiamando i limiti delle proprie competenze e i principi costituzionali sulla libertà di manifestazione.
Il cuore della questione, dunque, non è soltanto organizzativo. È anche simbolico. Da una parte c’è una realtà come l’Ana, profondamente radicata nel territorio, portatrice di una storia centenaria e di un immaginario legato alla memoria, al servizio, alla tradizione e alla socialità alpina. Dall’altra c’è il Fvg Pride, manifestazione regionale dell’orgoglio Lgbtqia+, costruita attraverso un percorso politico e culturale sul territorio, con l’obiettivo di rivendicare diritti, visibilità e sicurezza per una comunità che denuncia un clima sempre più ostile.
La data che fa discutere
Il caso nasce dalla sovrapposizione degli eventi programmati per sabato 26 settembre. In città è previsto il raduno sezionale degli Alpini, organizzato da tempo in collaborazione con l’amministrazione comunale. Nella stessa giornata è in calendario anche il Fvg Pride, che tornerà in Friuli Venezia Giulia con uno slogan dal forte significato politico: “Affrontando il clima ostile”, proposto in più lingue.
La scelta della data del Pride è particolare, perché tradizionalmente molte manifestazioni dell’orgoglio Lgbtqia+ si tengono nel mese di giugno, legato alla memoria dei moti di Stonewall e alla stagione internazionale dei Pride. Anche il raduno degli Alpini, secondo quanto riferito dal presidente della sezione udinese Mauro Ermacora, sarebbe stato spostato rispetto alla collocazione abituale: normalmente l’appuntamento si tiene a ottobre, ma quest’anno, stando alla ricostruzione dell’Ana, il Comune avrebbe segnalato una concentrazione eccessiva di iniziative in quel periodo, suggerendo quindi di anticipare a settembre.
È proprio questo passaggio ad aver alimentato il malumore delle penne nere. Gli Alpini sostengono di aver comunicato da mesi la propria programmazione e di aver concordato il percorso organizzativo con l’ente. La scoperta della contemporaneità con il Pride ha quindi provocato una reazione dura, sfociata in una lettera inviata al sindaco Alberto Felice De Toni.
La posizione degli Alpini: “Il sindaco scelga”
La voce più netta, sul fronte dell’Ana, è quella di Mauro Ermacora, presidente della sezione alpini di Udine. La sua posizione è stata espressa senza giri di parole: per il vertice delle penne nere friulane, la compresenza dei due appuntamenti nello stesso comune e nello stesso momento rappresenterebbe un problema non risolvibile con una semplice divisione degli spazi.
«Sono due mondi completamente opposti», ha spiegato Ermacora, precisando di non voler impedire lo svolgimento del Pride ma di ritenere le due manifestazioni troppo diverse per convivere nella stessa giornata. «Non ci passa per la testa di voler bloccare la loro iniziativa, ma si tratta di una manifestazione troppo diversa. È impensabile che convivano nello stesso comune e nello stesso momento».
Il presidente dell’Ana ha poi richiamato la storia e l’identità dell’associazione: «Noi alpini abbiamo 107 anni di storia. Il nostro pensiero non può convivere con un mondo come quello del Pride. Senza polemica, rappresento un’associazione con i suoi valori e i suoi modi di fare».
La richiesta avanzata al Comune è quindi sostanzialmente un aut-aut: se l’amministrazione non prenderà posizione a favore del raduno alpino, il consiglio direttivo della sezione potrebbe non autorizzare lo svolgimento dell’evento a Udine. «In caso contrario, il mio consiglio direttivo non lo autorizzerebbe mai», ha dichiarato Ermacora.
Il presidente ha anche sottolineato che l’ente sarebbe stato informato fin da dicembre sulle date dell’Ana: «Ci siamo incontrati più volte. Di solito facciamo il raduno a ottobre, ma loro ci hanno detto che in quel periodo la città avrebbe avuto già troppe attività. Per questo ci siamo spostati a settembre. Ora ci troviamo con questa sovrapposizione».
Nelle parole di Ermacora emerge quindi una doppia preoccupazione: da un lato la distanza culturale e valoriale percepita rispetto al Pride, dall’altro il timore di un’organizzazione complicata, con il rischio che l’identità del raduno alpino venga messa in secondo piano o costretta a convivere con un evento giudicato incompatibile.
La risposta del Comune: “Non si scelgono i diritti”
La posizione ufficiale dell’amministrazione comunale è arrivata dopo giorni di tensione. Il Comune di Udine ha chiarito che non intende scegliere tra un evento e l’altro, ma lavorare affinché tutti gli appuntamenti previsti il 26 settembre possano svolgersi nel rispetto delle norme, della sicurezza e delle libertà costituzionali.
Il sindaco Alberto Felice De Toni ha richiamato direttamente l’articolo 17 della Costituzione, che riconosce ai cittadini il diritto di riunirsi pacificamente. «L’articolo 17 riconosce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi pacificamente, stabilendo che le manifestazioni in luogo pubblico debbano essere preavvisate e possano essere limitate solo per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica», ha spiegato.
Il passaggio è centrale perché sposta il piano della discussione. Secondo il Comune, non si tratta di decidere se un evento sia più legittimo dell’altro, ma di distinguere competenze, procedure e responsabilità. Il raduno dell’Ana è un evento organizzato da tempo con il coinvolgimento dell’ente locale, che autorizzerà l’occupazione di suolo pubblico in piazza Primo Maggio, dove è previsto il tendone. Il corteo del Fvg Pride, invece, segue un iter diverso: non necessita di un’autorizzazione comunale, ma di un preavviso agli organi di pubblica sicurezza.
«Saranno quindi le forze dell’ordine coordinate dalla Prefettura ad esprimersi da questo punto di vista», ha precisato De Toni. Il Comune, dunque, non è l’autorità chiamata a dire sì o no al corteo. La valutazione sulla fattibilità della manifestazione, sulle eventuali prescrizioni e sulla gestione dell’ordine pubblico spetterà a Questura e Prefettura, nell’ambito del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.
Il sindaco ha poi ribadito l’impegno dell’amministrazione: «Sebbene l’amministrazione non sia chiamata ad autorizzare il corteo Fvg Pride, conferma il proprio impegno a garantire il rispetto delle libertà di tutti. È dentro questo perimetro che il Comune di Udine esercita il proprio ruolo: non scegliere tra diritti, ma trovare una soluzione per garantirli entrambi».
Una frase, questa, che sintetizza la linea politica di Palazzo D’Aronco: il Comune accoglie con orgoglio gli Alpini, ma non può e non vuole trasformare la presenza del Pride in una ragione di esclusione. La sfida, semmai, sarà evitare interferenze e garantire sicurezza in una giornata destinata a portare migliaia di persone nel centro cittadino.
Il nodo delle autorizzazioni
Uno degli aspetti più importanti della vicenda riguarda le competenze amministrative. Nel dibattito pubblico, infatti, si tende spesso a pensare che ogni manifestazione in città dipenda da una concessione diretta del Comune. In realtà non è così.
Per cortei e manifestazioni pubbliche in luogo pubblico, la normativa prevede un preavviso alle autorità di pubblica sicurezza. Non serve quindi un’autorizzazione comunale in senso stretto. Le eventuali limitazioni possono essere disposte solo per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica. Questo significa che il Pride non può essere semplicemente “vietato” dal Comune perché concomitante con un altro evento o perché sgradito ad alcuni soggetti.
Diverso è il caso dell’occupazione di suolo pubblico, come tendoni, strutture, palchi, gazebo o aree attrezzate. In quel caso l’amministrazione comunale ha un ruolo diretto, perché deve autorizzare l’utilizzo di spazi cittadini. È il caso, ad esempio, del tendone degli Alpini in piazza Primo Maggio.
La distinzione è decisiva: il Comune può organizzare, coordinare, concedere spazi e dialogare con le parti, ma non può sostituirsi alla Questura nella valutazione di un corteo. Per questo De Toni ha rimandato alle autorità competenti la parte relativa alla sicurezza, ribadendo però che l’obiettivo politico e amministrativo resta quello della coesistenza.
Cosa succederà il 26 settembre
Il quadro degli eventi in programma è più complesso di quanto inizialmente emerso. Sabato 26 settembre Udine non ospiterà soltanto il raduno degli Alpini e il Fvg Pride. In centro è previsto anche “FriulKorea”, iniziativa culturale e sportiva già calendarizzata da mesi tra via Mercatovecchio e la Loggia del Lionello.
Questo rende ancora più delicata la macchina organizzativa. Non si tratta solo di separare due eventi potenzialmente conflittuali, ma di governare una giornata molto affollata, con flussi diversi di persone, esigenze differenti, spazi limitati e un centro storico che dovrà assorbire contemporaneamente manifestazioni, cerimonie, iniziative culturali e momenti pubblici.
Per quanto riguarda il raduno alpino, il Comune ha precisato che nella giornata di sabato non è prevista alcuna sfilata. La sfilata delle penne nere è programmata per domenica 27 settembre. Sabato sono invece previste esibizioni di fanfare alle ore 17 e la Santa Messa in Duomo alle 19. Questa precisazione serve anche a ridimensionare l’idea di uno scontro fisico e simbolico tra due cortei in movimento nella stessa fascia oraria.
Resta comunque il tema della presenza di migliaia di persone. Anche senza sfilata alpina, il raduno richiamerà partecipanti, accompagnatori, simpatizzanti e gruppi organizzati. Il Pride, a sua volta, viene descritto dagli organizzatori come una manifestazione regionale, costruita attraverso un percorso diffuso e destinata a coinvolgere molte persone da tutto il Friuli Venezia Giulia.
La voce del Fvg Pride: “Disponibili al confronto”
Sul fronte del Fvg Pride, la presidente Alice Chiaruttini ha scelto una linea prudente ma ferma. L’associazione è consapevole del confronto in corso, ma non intende alimentare una contrapposizione frontale con gli Alpini.
«Siamo a conoscenza della situazione e stiamo seguendo il confronto in corso», ha dichiarato Chiaruttini. «Il Fvg Pride è una manifestazione regionale costruita attraverso un percorso sul territorio e che coinvolgerà migliaia di persone. Siamo consapevoli che si tratta di eventi diversi e proprio per questo pensiamo sia fondamentale una gestione attenta degli spazi e dei tempi».
Il punto rivendicato dal Pride è chiaro: la diversità tra gli eventi non deve diventare motivo di esclusione. Al contrario, proprio perché gli appuntamenti sono differenti, servono organizzazione, dialogo e responsabilità istituzionale. «Riteniamo che sia responsabilità delle istituzioni, di concerto con le realtà interessate, individuare le soluzioni organizzative più adeguate, senza creare contrapposizioni. Su questo, siamo disponibili al confronto».
Il Pride, dunque, non nega le difficoltà logistiche ma rifiuta l’idea che la soluzione debba essere la rinuncia di una delle due parti. La posizione è in linea con il significato stesso della manifestazione: portare nello spazio pubblico le istanze della comunità Lgbtqia+, soprattutto in un momento definito dagli organizzatori come segnato da un “clima ostile”.
L’assessora Facchini: “Non sono in competizione”
Tra le voci dell’amministrazione è intervenuta anche Arianna Facchini, assessora alle Pari opportunità. Il suo commento ha cercato di abbassare i toni dello scontro, riportando il tema su un piano pratico.
«Per me le due manifestazioni non sono né in competizione, né in conflitto», ha detto. Secondo l’assessora, il problema non è scegliere chi abbia più diritto di esserci, ma organizzare in modo efficiente gli spazi. «Si tratterebbe soltanto di organizzare efficientemente gli spazi, una cosa che non compete solo al Comune ma anche a Questura e Prefettura. I due eventi si possono tenere in due spazi diversi della città, per motivi basilari di sicurezza».
La posizione di Facchini è importante perché esprime una visione opposta a quella dell’aut-aut. Dove gli Alpini parlano di incompatibilità tra due mondi, l’assessora parla di gestione degli spazi. Dove l’Ana chiede una scelta politica, l’amministrazione risponde con una logica di coordinamento istituzionale.
Due mondi davvero inconciliabili?
La frase di Ermacora, “due mondi completamente opposti”, è diventata il punto più discusso della vicenda. È una formula che racconta molto del conflitto simbolico in atto. Gli Alpini si percepiscono come custodi di una tradizione comunitaria, patriottica, associativa, legata a riti consolidati, alla memoria militare e alla solidarietà civile. Il Pride, invece, nasce come manifestazione di rivendicazione, visibilità e protesta, con un linguaggio spesso colorato, festoso, politico e volutamente identitario.
Per una parte dell’opinione pubblica, queste differenze bastano a sostenere che la contemporaneità sia inopportuna. Chi guarda con favore alla posizione degli Alpini ritiene che una città non debba sovrapporre eventi così distanti, soprattutto se uno dei due era stato programmato da tempo e coinvolge una realtà storica del territorio. In questa lettura, il problema non sarebbe il diritto del Pride a manifestare, ma l’opportunità di farlo nello stesso giorno di un appuntamento alpino.
Per un’altra parte della città, invece, proprio la richiesta di scegliere tra Alpini e Pride è il punto critico. Secondo questa prospettiva, la convivenza nello spazio pubblico è un principio democratico: eventi diversi, comunità diverse e sensibilità diverse devono poter abitare la stessa città, purché in sicurezza. Il fatto che due mondi siano differenti non significa che uno debba sparire dal calendario.
La posizione del Comune sembra collocarsi in questa seconda cornice: non negare le differenze, ma non trasformarle in esclusione.
La città si divide: voci e umori dal territorio
Oltre alle dichiarazioni ufficiali, il caso ha acceso anche il confronto tra cittadini, commercianti, residenti e persone che guardano alla giornata del 26 settembre con aspettative molto diverse. Le testimonianze che seguono sono ricostruzioni verosimili con nomi di fantasia, pensate per rappresentare le principali sensibilità emerse nel dibattito pubblico: chi teme una forzatura, chi difende il Pride, chi chiede soltanto organizzazione e buon senso.
Chi sta con gli Alpini: “Una tradizione così va rispettata”
Tra chi guarda con preoccupazione alla sovrapposizione degli eventi, il tema più ricorrente è quello del rispetto per una tradizione storica. Per molti cittadini, il raduno degli Alpini non è soltanto una manifestazione associativa, ma un appuntamento familiare, popolare, legato alla memoria del territorio.
«Io non ho nulla contro nessuno, però gli Alpini a Udine sono una cosa seria», dice idealmente Giuliano Marini, pensionato di 72 anni. «Sono presenti nelle emergenze, nelle feste, nei paesi. Se avevano già programmato tutto da mesi, forse bisognava evitare di mettere un altro grande evento nello stesso giorno».
Sulla stessa linea Patrizia Venier, commerciante del centro: «Il problema non è il Pride in sé. Il problema è la gestione. Quel sabato avremo già tantissima gente, strade piene, musica, fanfare, iniziative. Se poi arriva anche un corteo così partecipato, chi lavora in centro rischia di trovarsi nel caos».
Più dura la posizione di Roberto Cantarutti, ex militare: «Gli Alpini rappresentano valori precisi: servizio, patria, sacrificio, rispetto. Il Pride rappresenta un’altra visione del mondo. Non dico che non debbano manifestare, ma farlo lo stesso giorno mi sembra una provocazione, anche se magari non era questa l’intenzione».
Anche Lucia Bernardis, residente in centro storico, teme che la città non sia pronta a reggere una giornata così carica: «Udine è abituata agli eventi, ma qui parliamo di due manifestazioni con pubblici molto diversi. Io penso che spostarne una non sarebbe una censura, ma una scelta di prudenza».
Chi difende il Pride: “I diritti non si mettono in coda”
Dall’altra parte, molti cittadini leggono la richiesta di spostare o ridimensionare il Pride come un segnale preoccupante. Per loro il punto non è la concorrenza tra eventi, ma il diritto di una comunità a essere visibile nello spazio pubblico.
«Dire che due mondi non possono convivere è proprio il problema», afferma idealmente Elena Rizzi, studentessa universitaria di 24 anni. «Una città democratica deve saper tenere insieme persone diverse. Gli Alpini hanno diritto al loro raduno, ma anche le persone Lgbtqia+ hanno diritto a esserci».
Per Samuele Bortolotti, 31 anni, impiegato, la polemica rischia di mandare un messaggio sbagliato: «Se ogni volta che una manifestazione per i diritti dà fastidio bisogna spostarla, allora non è più un diritto. Diventa una concessione. E i diritti non si concedono in base alla simpatia degli altri».
Anche Martina De Luca, insegnante, difende la linea del Comune: «Mi sembra corretto dire che non si scelgono i diritti. La sicurezza va garantita, certo. Ma non si può dire a una parte della cittadinanza: voi quel giorno no, perché qualcun altro non si sente a proprio agio».
Nicolò Feruglio, giovane lavoratore udinese, guarda alla vicenda come a un test culturale: «Se Udine riesce a gestire Alpini, Pride e altri eventi nello stesso giorno, dimostra maturità. Se invece passa l’idea che il Pride sia incompatibile con il resto della città, allora il messaggio è brutto».
La posizione intermedia: “Serve buon senso, non uno scontro ideologico”
Accanto alle posizioni più nette, c’è anche una fascia di cittadini che invita ad abbassare i toni. Non tutti leggono la vicenda come uno scontro tra Alpini e Pride. Per molti, la questione principale resta pratica: evitare sovrapposizioni, gestire i flussi, garantire sicurezza.
«Secondo me si può fare tutto, basta organizzarsi», sostiene idealmente Andrea Nardin, 45 anni, residente in centro. «Udine non è una metropoli, ma non è nemmeno un paese minuscolo. Se Questura, Prefettura e Comune dividono bene orari e percorsi, non vedo perché debba diventare una guerra».
Chiara Miani, barista, teme soprattutto le ricadute sul clima cittadino: «Mi dispiace che si parli subito di contrapposizione. Gli Alpini portano tanta gente, il Pride anche. Potrebbe essere una giornata viva per la città. Però se tutti partono già arrabbiati, allora diventa complicato».
Per Lorenzo Fabris, padre di due figli, la responsabilità è soprattutto istituzionale: «La politica deve evitare di buttare benzina sul fuoco. Non serve dire chi è meglio o chi è peggio. Serve decidere dove passano, a che ora, con quali regole. Punto».
Serena Comelli, residente fuori città ma spesso a Udine per lavoro, invita a non trasformare tutto in una battaglia culturale: «Capisco che ci siano sensibilità diverse. Però la città appartiene a tutti. Se c’è rispetto reciproco, si può convivere anche per una giornata complicata».
Il rischio politico: trasformare la logistica in scontro identitario
La vicenda di Udine mostra come una questione apparentemente organizzativa possa diventare rapidamente una disputa identitaria. In teoria, il problema riguarda percorsi, piazze, orari, presenze, transenne, controlli, flussi e autorizzazioni. In pratica, però, il dibattito si è caricato di significati molto più ampi.
Per gli Alpini, il timore è che il proprio raduno venga messo sullo stesso piano di una manifestazione percepita come distante dai valori dell’associazione. Per il Pride, il rischio è che la propria presenza venga trattata come un problema da rimuovere, anziché come l’esercizio di un diritto costituzionale. Per il Comune, la difficoltà è evitare che la città venga costretta in una scelta binaria: o le penne nere o l’orgoglio Lgbtqia+.
In mezzo ci sono i cittadini, che potranno leggere la vicenda in modi molto diversi. C’è chi vedrà nella contemporaneità una leggerezza organizzativa. C’è chi la interpreterà come una prova di maturità democratica. C’è chi temerà tensioni. C’è chi penserà che Udine possa dimostrare di essere una città capace di ospitare tradizione, diritti e cultura senza trasformare ogni differenza in conflitto.
Il ruolo decisivo di Questura e Prefettura
A questo punto, molto dipenderà dal lavoro delle autorità di pubblica sicurezza. Saranno Questura e Prefettura, nell’ambito del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, a valutare le condizioni concrete della giornata. Dovranno stabilire se gli eventi possano svolgersi contemporaneamente, con quali prescrizioni, in quali aree, con quali percorsi e con quali misure di prevenzione.
Le possibili soluzioni potrebbero riguardare la separazione degli spazi, la differenziazione degli orari, la modifica dei percorsi, la gestione degli accessi al centro, la protezione dei luoghi più sensibili e il coordinamento dei servizi pubblici. L’obiettivo sarà evitare sovrapposizioni fisiche tra i partecipanti, ridurre il rischio di contatti problematici e consentire lo svolgimento ordinato degli appuntamenti.
È su questo terreno che la dichiarazione del sindaco assume un valore pratico: i diritti non si selezionano, ma si organizzano. La libertà di manifestare non è assoluta in senso anarchico, perché può incontrare limiti per ragioni di sicurezza. Ma quei limiti devono essere motivati, non basati sulla distanza culturale tra due eventi.
Una città sotto osservazione
Udine si trova ora al centro di una discussione che supera i confini cittadini. Il caso parla del rapporto tra tradizione e nuovi diritti, tra identità storiche e rivendicazioni contemporanee, tra libertà costituzionali e gestione dell’ordine pubblico. Parla anche del modo in cui le istituzioni reagiscono quando due comunità chiedono di abitare lo stesso spazio pubblico nello stesso giorno.
Il raduno degli Alpini rappresenta per molti friulani un appuntamento familiare, identitario e popolare. Le penne nere sono una presenza riconoscibile, spesso associata a memoria, volontariato, protezione civile, socialità e legame con il territorio. Il Fvg Pride, per altri cittadini, rappresenta invece un momento necessario di visibilità e affermazione, soprattutto per chi vive discriminazioni, esclusione o ostilità legate all’orientamento sessuale o all’identità di genere.
Il punto di caduta sarà capire se queste due rappresentazioni della città possano esistere nello stesso calendario senza annullarsi a vicenda.
La partita dei prossimi giorni
La prossima tappa sarà la risposta definitiva alle richieste dell’Ana e il confronto operativo tra amministrazione, organizzatori e autorità di sicurezza. Ermacora ha già indicato che la sezione alpini attende un riscontro in tempi stretti, anche perché il consiglio direttivo dovrà decidere se confermare il raduno a Udine o valutare un trasferimento altrove. Una scelta di questo tipo comporterebbe però la necessità di ripartire quasi da zero con l’organizzazione.
Il Comune, dal canto suo, ha già tracciato il perimetro: accoglienza agli Alpini, rispetto del diritto del Pride a manifestare, coordinamento con Questura e Prefettura. La linea è chiara, ma non elimina le difficoltà politiche. Se l’Ana dovesse irrigidirsi, la vicenda potrebbe diventare un caso ancora più acceso. Se invece prevarrà il tavolo organizzativo, il 26 settembre potrebbe trasformarsi in una prova di convivenza complessa ma possibile.
Il bivio di Udine
Il caso del 26 settembre non riguarda solo un problema di calendario. È una domanda sulla città: Udine vuole essere uno spazio in cui le differenze vengono separate perché considerate inconciliabili, oppure un luogo in cui eventi diversi possono coesistere grazie a regole, responsabilità e sicurezza?
Gli Alpini chiedono rispetto per una storia lunga 107 anni e per un’identità associativa che sentono incompatibile con il Pride. Il Fvg Pride rivendica il diritto di attraversare lo spazio pubblico senza essere trasformato in un fattore di disturbo. Il Comune prova a tenere insieme entrambe le esigenze, richiamandosi alla Costituzione e al ruolo delle autorità competenti.
La frase del sindaco De Toni, “non scegliere tra diritti, ma trovare una soluzione per garantirli entrambi”, è destinata a restare il centro politico della vicenda. Resta da vedere se questa impostazione basterà a disinnescare le tensioni o se la contemporaneità tra penne nere e Pride continuerà a dividere Udine fino al giorno dell’evento.