Veneto, ottobre dimezza le piogge: falde ai minimi e fiumi sotto media bacino per bacino

Il nuovo rapporto ARPAV fotografa 60 millimetri di pioggia contro 125 attesi. Schiavon e Varago segnano minimi storici, mentre Bacchiglione, Brenta e Po restano molto sotto i valori di riferimento.

06 novembre 2026 22:11
Veneto, ottobre dimezza le piogge: falde ai minimi e fiumi sotto media bacino per bacino -
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VENETO – Ottobre non ha riequilibrato il conto dell'acqua in Veneto. Nel mese sono caduti in media 60 millimetri di pioggia, contro i 125 millimetri del riferimento 1991-2020: un deficit del 52%. È il dato di partenza del rapporto ARPAV aggiornato al 31 ottobre, pubblicato il 5 novembre, ma non è l'unico segnale. Il mese ha lasciato falde eccezionalmente basse nell'alta pianura, portate inferiori alla norma sui principali corsi d'acqua e una riserva nivale praticamente assente in quota.

La fotografia non equivale a un annuncio di razionamenti per le famiglie: ARPAV non comunica limitazioni alle forniture civili, che restano materia dei gestori e delle autorità competenti. Dice però qualcosa di molto concreto a residenti, aziende agricole e attività che dipendono dall'acqua: dopo un anno idrologico già chiuso in deficit, l'autunno è iniziato senza una ricarica diffusa. E la differenza tra una pioggia vista nel proprio Comune e la disponibilità effettiva della risorsa continua a essere decisiva.

Un ottobre asciutto anche dove è piovuto

La media regionale di 60 millimetri nasconde un Veneto diviso. Le stazioni con gli accumuli maggiori sono Castana, nel Vicentino, con 212 millimetri, Agno a Recoaro Terme con 184 e Soffranco, nel Bellunese, con 180. All'estremo opposto, Sant'Apollinare nel Rodigino e Agna nel Padovano hanno registrato appena 13 millimetri; Castelnovo Bariano, ancora in provincia di Rovigo, 16.

Il divario si ritrova nei bacini. Rispetto alla media 1991-2020, ARPAV calcola un meno 66% nel Fissero-Tartaro-Canal Bianco, meno 63% nel Bacino scolante della laguna, meno 56% sul Brenta e meno 54% sull'Adige. Anche Po, Piave, Livenza e Tagliamento chiudono il mese in deficit. Non è quindi corretto tradurre un episodio piovoso locale nella conclusione che il bilancio sia tornato normale: per la ricarica delle falde e per i deflussi contano quantità, durata, quota e posizione delle precipitazioni, oltre all'eredità dei mesi precedenti.

Il passivo dell'anno solare rende il quadro più leggibile. Dal 1° gennaio al 31 ottobre sono caduti mediamente 736 millimetri, contro 914 attesi: meno 178 millimetri, pari al 19%. L'anno idrologico 2025-2026, terminato a settembre, si era già concluso con un ammanco di 257 millimetri. Il precedente punto sugli invasi di Piave e Brenta mostrava le riserve basse con cui il Veneto è entrato in autunno; il dato di ottobre aggiorna quella situazione, non la cancella.

Dove la falda è più fragile: alta pianura e Trevigiano

Il segnale più netto arriva dalle acque sotterranee. ARPAV segnala che nell'alta pianura i livelli restano molto bassi per la stagione e confrontabili con quelli del 2022. A Schiavon, nel Vicentino, il pozzo è in asciutta dai primi giorni del mese: ricostruendo il livello con un pozzo vicino, l'Agenzia indica una falda a fine ottobre a circa 40 centimetri dal fondo, nuovo minimo della serie e circa 30 centimetri sotto i minimi dell'autunno 2022 e della primavera 2023. È una misura della stazione e non il responso su ogni pozzo della zona, ma segnala una criticità reale dell'area monitorata.

Nell'alta pianura veronese Villafranca e San Massimo sono entrambe all'8° percentile per il livello di fine mese, con scostamenti dalla media mensile attesa rispettivamente dell'85% e dell'87%. Nel settore vicentino-padovano, il confronto tra media mensile e lungo periodo è del meno 86% a Schiavon e del meno 64% a Cittadella; alla fine del mese le due stazioni sono al 5° e 6° percentile.

In alta pianura trevigiana la discesa prosegue in tutte le quattro stazioni considerate. Varago tocca il minimo storico; Castelfranco, Mareno e le altre postazioni restano fra il 4° e il 5° percentile, mentre lo scarto dal livello atteso va dal meno 108% di Varago al meno 77% di Mareno. Non sono numeri da trasferire automaticamente alla situazione di un'azienda o di un'abitazione: falde e pozzi rispondono a profondità, concessioni, prelievi e geologia locali. Sono però un indicatore utile per capire perché le piogge di qualche giorno non producano ovunque lo stesso effetto.

Non tutto il territorio risponde allo stesso modo. A Cimadolmo la falda, influenzata dal Piave, ha guadagnato 12 centimetri nel mese ed è al 46° percentile; a Eraclea, dove settembre era stato molto piovoso, il livello di fine ottobre è al 65° percentile. È la stessa differenza territoriale emersa nell'analisi di settembre tra piogge concentrate e caldo record: un accumulo abbondante in un'area può migliorare una falda locale, senza riequilibrare la regione.

Fiumi: i rialzi di fine mese non bastano

Le precipitazioni della terza decade hanno dato un impulso temporaneo ai corsi d'acqua, ma al 31 ottobre i deflussi dei maggiori fiumi veneti rimangono sensibilmente inferiori alle rispettive medie storiche. Il deflusso medio mensile è sotto il 5° percentile su tutti i principali fiumi regionali, con le eccezioni di Po e Brenta, appena sopra quella soglia statistica.

Il confronto con la media di ottobre è particolarmente eloquente: meno 79% sul Bacchiglione a Montegalda, meno 61% sul Brenta a Barziza, meno 57% sul Po a Pontelagoscuro, meno 50% sul Gorzone a Stanghella, meno 49% sull'Adige a Boara Pisani e meno 45% sul Livenza a Meduna di Livenza. Nelle sezioni montane del Piave, il Cordevole a Saviner segna meno 66%, il Fiorentina a Sottorovei meno 64%, il Boite tra meno 55% e meno 49%, il Padola meno 52% e il Piave a Ponte della Lasta meno 39%.

Questi valori descrivono il funzionamento idrologico dei bacini, non autorizzano a stabilire che un tratto di fiume sia sicuro o che un'utenza sia senza acqua. Per chi usa risorsa irrigua, ha concessioni di prelievo o gestisce attività con fabbisogno idrico, il riferimento operativo resta il proprio consorzio o gestore. Per chi vive vicino a un corso d'acqua, un alveo basso non è un invito a frequentarlo: condizioni, sponde e portate possono variare rapidamente.

Montagna, neve e invasi: le riserve partono basse

In montagna il problema non è soltanto quanta pioggia è caduta. Oltre i 2.000 metri, ottobre è stato il settimo mese consecutivo con temperature sopra la norma, da uno a due gradi oltre la media 1991-2020. Lo zero termico ha raggiunto 3.890 metri il 16 ottobre; dopo la fusione della poca neve al suolo nell'ultima settimana del mese, la risorsa idrica nivale è praticamente assente. La neve autunnale non è una riserva che si possa giudicare da un solo episodio: conta la persistenza del manto, e il rapporto ARPAV documenta che a fine mese non c'era accumulo significativo da conservare.

Gli invasi hanno recuperato una parte dei volumi durante la terza decade, ma restano da leggere insieme alle regole di sicurezza. Nei principali serbatoi del Piave il 31 ottobre erano invasati 83,5 milioni di metri cubi, il 50% del riempimento: 12% sotto la media del periodo e al 28° percentile. Pieve di Cadore era al 37%, Santa Croce al 58%, Mis al 46%. Sul Corlo, nel bacino del Brenta, i 9 milioni di metri cubi corrispondono al 23% di riempimento, 48% sotto la media e al 6° percentile.

Un invaso basso non si legge come una semplice cisterna svuotata. Da metà settembre il Piano di gestione del rischio alluvioni prevede quote di salvaguardia per Pieve di Cadore, Santa Croce e Corlo, così da lasciare spazio alla laminazione delle piene. Il punto rilevante è il confronto con lo storico: anche dentro questa gestione stagionale, le riserve sono sotto media. Per questo non sarebbe corretto dedurre dai dati degli invasi né imminenti restrizioni domestiche né una disponibilità identica per tutte le vallate.

Che cosa cambia per territorio e imprese

Il rapporto non consegna una previsione sull'inverno né dispone misure per il consumo domestico. Offre una base aggiornata per le decisioni locali. Le aziende agricole devono continuare a distinguere il dato regionale dalle indicazioni dei consorzi, dalle disponibilità aziendali e dalle caratteristiche delle colture. Nella vendemmia appena conclusa, per esempio, Nordest24 ha raccontato come siccità e irrigazione di soccorso abbiano inciso in modo diverso sui vigneti del Veneto orientale: un caso utile, ma non estendibile a ogni filiera e a ogni bacino.

Per residenti e imprese il dato pratico è la necessità di seguire le fonti che misurano la propria area, non soltanto il meteo della giornata. ARPAV pubblica con cadenza mensile rapporti sulla risorsa idrica e bollettini dedicati a piogge, falde, neve e portate. I gestori idrici e i consorzi, invece, sono le sedi che possono comunicare eventuali disposizioni concrete per le utenze.

Il Veneto entra dunque nel nuovo anno idrologico con un segnale da non semplificare: non una siccità uguale ovunque e non una misura straordinaria già attiva, ma un deficit che da ottobre si riflette su falde, fiumi e riserve. Le prossime precipitazioni potranno modificare la fotografia, con effetti diversi fra montagne, alta pianura, costa e Polesine. Saranno i successivi dati ARPAV, più che una singola giornata piovosa, a dire se la ricarica sta davvero ripartendo.

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