Benzina e diesel, la stima CGIA: 334 milioni di rincari in FVG nel 2026

Carburanti in FVG: la CGIA stima 27,8 milioni di spesa mensile aggiuntiva rispetto al 2025. Il calcolo esclude gli sconti regionali.

03 ottobre 2026 07:34
Benzina e diesel, la stima CGIA: 334 milioni di rincari in FVG nel 2026 -
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Il tetto ai prezzi può alleggerire il rifornimento, ma non riportarlo automaticamente ai costi dell’anno scorso. È questo il messaggio dell’Ufficio studi della CGIA, che per il Friuli Venezia Giulia stima una maggiore spesa mensile per benzina e gasolio di 27,8 milioni di euro rispetto al 2025, nonostante gli interventi annunciati da Eni e da altre compagnie petrolifere.

La proiezione riguarda famiglie e imprese e viene richiamata dall’associazione per descrivere il peso dei carburanti anche nel mese di ottobre. C’è però una precisazione da tenere presente: il calcolo non comprende la scontistica riconosciuta dalla Regione Friuli Venezia Giulia ai residenti. Non rappresenta quindi il maggior esborso netto effettivo di tutti gli automobilisti che beneficiano del contributo regionale.

Su base annua, l’aggravio stimato per il FVG raggiunge 334 milioni di euro, con un incremento del 20,1%. L’analisi assume che nel 2026 vengano consumate le stesse quantità di carburante del 2025.

Udine concentra la quota maggiore dei rincari

La distribuzione territoriale della maggiore spesa mostra il peso più elevato nell’area udinese, seguita da Pordenone, Trieste e Gorizia.

Territorio

Maggiore spesa mensile stimata

Udine

13,5 milioni di euro

Pordenone

6 milioni di euro

Trieste

5,2 milioni di euro

Gorizia

3,2 milioni di euro

Totale FVG indicato dalla CGIA

27,8 milioni di euro

I valori territoriali sono arrotondati e, sommati, possono presentare un lieve scostamento rispetto al totale regionale.

Udine sostiene dunque quasi la metà dell’aggravio complessivo stimato. Si tratta di importi riferiti all’insieme dei consumi di famiglie e attività economiche, non di un aumento uniforme applicabile a ogni singolo pieno.

Come leggere la stima: consumi invariati e sconti regionali esclusi

L’Ufficio studi ha confrontato i prezzi medi della benzina e del gasolio per autotrazione del 2025 con quelli stimati per il 2026, mantenendo invariati i volumi consumati.

Il risultato descrive quindi quanto aumenterebbe la spesa a parità di carburante acquistato. Non è un consuntivo dei rifornimenti già effettuati e non significa che tutte le famiglie sosterranno lo stesso incremento percentuale.

Per gli automobilisti del FVG, inoltre, il prezzo esposto alla pompa e il costo effettivamente sostenuto possono differire per effetto degli sconti regionali sui carburanti. La CGIA specifica che queste agevolazioni non sono state sottratte dalla propria stima.

L’aumento del contributo carburanti dal 1° ottobre va quindi considerato separatamente quando si valuta l’impatto sui residenti beneficiari.

Perché il price cap non cancella gli aumenti

Il tetto ai prezzi di benzina e gasolio annunciato da Enilive, così come le iniziative delle altre compagnie, interviene su un mercato già segnato da rincari consistenti.

Secondo i dati richiamati nel comunicato, dall’inizio del conflitto nel Golfo Persico il prezzo medio alla pompa è aumentato del 29,1% per la benzina e del 36,6% per il gasolio per autotrazione.

La CGIA indica, per l’ultima settimana considerata nell’analisi, prezzi medi in modalità self service attorno a 2,10 euro al litro per la benzina e 2,30 euro per il diesel. Sono riferimenti medi di mercato: non vanno confusi con le soglie delle singole iniziative commerciali o con il prezzo finale dopo l’applicazione dei contributi regionali.

Il costo del pieno di gasolio in FVG e Veneto resta pertanto un elemento da valutare distinguendo periodo di rilevazione, distributore, modalità di rifornimento e agevolazioni spettanti.

Pendolari e piccole imprese sono i più esposti

Nella lettura dell’associazione, le conseguenze dei rincari ricadono soprattutto su chi dispone di poche alternative all’automobile.

È il caso dei pendolari residenti nelle zone meno servite dal trasporto pubblico, per i quali raggiungere il lavoro significa sostenere quotidianamente una spesa difficilmente comprimibile. Quando il carburante assorbe una quota maggiore del bilancio familiare, diminuiscono le risorse disponibili per altri acquisti.

Sul versante produttivo, la CGIA richiama le difficoltà di autotrasportatori, agricoltori, pescatori, tassisti e piccole aziende di servizi. Per queste attività il carburante è una componente del lavoro: serve a trasportare merci, raggiungere clienti, effettuare interventi o garantire servizi.

L’aumento dei costi non sempre può essere trasferito sui prezzi applicati alla clientela. Le imprese possono così trovarsi ad assorbire il rincaro, con effetti sui margini e sulla liquidità.

Secondo l’associazione, le tensioni sulle forniture, l’incertezza delle rotte del greggio e la volatilità dei mercati energetici rendono difficile un ritorno stabile ai livelli precedenti alla crisi finché il conflitto rimarrà aperto. Si tratta di una valutazione sullo scenario, non di una previsione certa sull’andamento futuro dei listini.

La prima proposta: recuperare risorse dalla spesa pubblica

Per finanziare nuovi interventi, la CGIA propone anzitutto una revisione mirata delle uscite pubbliche.

Nel comunicato viene richiamata una spesa pubblica italiana nel 2026, al netto degli interessi, prossima a 1.090 miliardi di euro. Il riferimento indicato è il Documento di finanza pubblica del Ministero dell’Economia e delle Finanze, sezione I, tavola II.1.2.1A, pagina 72.

Una riduzione dell’1% di questa cifra libererebbe, sul piano aritmetico, quasi 11 miliardi di euro. L’associazione suggerisce di destinare risorse recuperate al contenimento dei costi di benzina e diesel, ma anche di elettricità e gas in vista dell’inverno.

La proposta viene accompagnata da due precisazioni: una parte consistente della spesa è già impegnata e l’obiettivo dichiarato non è ridurre lo Stato sociale. La CGIA indica invece sprechi, inefficienze e capitoli di bilancio da razionalizzare.

Tra gli ambiti citati figurano circa 130 miliardi di euro annui di agevolazioni fiscali, tra deduzioni e detrazioni. L’associazione chiede se una revisione selettiva di questi benefici possa consentire di recuperare una decina di miliardi per contrastare il caro carburanti.

Non si tratta di somme già disponibili o di tagli deliberati: è una proposta di politica economica, la cui attuazione richiederebbe di individuare concretamente le misure da modificare e i soggetti interessati.

L’alternativa del debito e la richiesta rivolta all’Unione europea

La seconda strada indicata è finanziare ulteriori aiuti attraverso maggiore debito, ottenendo margini di flessibilità sui vincoli europei.

La CGIA osserva che, a tre mesi dalla conclusione dell’anno, ridurre rapidamente le uscite di bilancio presenta difficoltà tecniche. Da qui la richiesta a Bruxelles di consentire interventi più ampi per compensare almeno una parte dei rincari.

L’associazione critica la risposta europea, giudicandola insufficiente rispetto a quella adottata nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Richiama inoltre lo stato di agitazione delle categorie più dipendenti dai carburanti, tra cui autotrasportatori, pescatori e agricoltori.

Il ricorso al debito avrebbe però un costo: la stessa CGIA riconosce che trasferirebbe parte dell’onere sulle generazioni future e non risolverebbe strutturalmente il problema. Il beneficio immediato sarebbe offrire liquidità e sollievo a famiglie e imprese in difficoltà.

Il confronto tra gli interventi dei governi Meloni e Draghi

Nel comunicato, l’associazione ricostruisce anche le risorse impiegate dal governo Meloni contro il caro carburanti.

Dal 19 marzo 2026, secondo la CGIA, sono stati adottati 13 provvedimenti, con riduzioni delle accise costate allo Stato circa 2,1 miliardi di euro.

A questi si aggiungono circa 500 milioni di euro di crediti d’imposta destinati ad autotrasportatori, agricoltori e pescatori. Il sostegno complessivo negli ultimi sei mesi e mezzo supera quindi 2,6 miliardi di euro.

Il confronto proposto è con il 2022, quando il governo Draghi ridusse le accise per otto mesi consecutivi, con una spesa complessiva indicata in 7,3 miliardi di euro.

Quest’ultimo importo è circa 2,8 volte il totale degli interventi richiamati per il 2026. Il confronto, tuttavia, riguarda periodi di durata diversa e misure non perfettamente coincidenti: nel totale attuale rientrano anche crediti d’imposta settoriali, mentre la cifra del 2022 viene riferita ai tagli delle accise.

La CGIA riconosce che lo scenario economico è in parte differente, ma ritiene che la dimensione dei rincari giustifichi una flessibilità europea analoga a quella concessa quattro anni fa.

FVG e Veneto: due importi da tenere distinti

La proiezione annuale per il Friuli Venezia Giulia è di 334 milioni di euro di maggiore spesa, pari al 20,1% in più rispetto al 2025 e a una media mensile di circa 27,8 milioni.

Il dato di 1,27 miliardi di euro annui, con un incremento del 20,6% e un aggravio di circa 106 milioni mensili, riguarda invece il Veneto.

Nel confronto tra regioni, gli incrementi mensili più elevati in valore assoluto indicati nell’analisi sono quelli della Lombardia, con 163,9 milioni di euro, dell’Emilia-Romagna, con 111,1 milioni, e del Veneto, con 106,1 milioni.

Per il FVG resta una distinzione essenziale: i 27,8 milioni mensili sono una stima a consumi invariati che esclude gli sconti regionali. Il costo effettivo per i residenti beneficiari deve essere valutato tenendo conto anche di quel contributo.

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