Laguna di Marano e Grado, studio sulle barene: ecosistemi costieri più vulnerabili

Al workshop di Marano Lagunare presentati gli studi dell’Università di Trieste su barene, valli da pesca e biodiversità.

27 maggio 2026 09:21
Laguna di Marano e Grado, studio sulle barene: ecosistemi costieri più vulnerabili -
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MARANO LAGUNARE - Rafforzare la collaborazione tra ricerca scientifica, istituzioni, pescatori e vallicoltori per proteggere la Laguna di Marano e Grado e, insieme, salvaguardare le attività economiche tradizionali messe alla prova dal cambiamento climatico. È il punto emerso dal workshop dedicato al progetto europeo CRADLES, ospitato alla Pescheria Vecchia di Marano Lagunare e centrato sulle fragilità crescenti degli ecosistemi costieri dell’Alto Adriatico.

L’incontro è stato organizzato nell’ambito di “CRADLES - Creare aree resilienti per sviluppare cicli biologici e servizi ecosistemici”, progetto finanziato dal Programma Interreg Ipa Adrion 2021-2027. L’iniziativa punta al ripristino e alla conservazione delle aree nursery negli ambienti umidi costieri e d’acqua dolce e coinvolge istituzioni di sette Paesi dell’area Adriatico-Ionica. Per la Regione il responsabile del progetto è il direttore del Servizio Caccia e Risorse Ittiche Valter Colussa.

A promuovere l’evento sono stati il Servizio Caccia e risorse ittiche della Direzione risorse agroalimentari, forestali e ittiche della Regione e il Coastal Group del Dipartimento di Matematica, Informatica e Geoscienze dell’Università di Trieste, coordinato dal professor Giorgio Fontolan. Il workshop ha fatto da sede di confronto tra soggetti diversi impegnati nella conservazione e nel ripristino degli ecosistemi lagunari.

Lo studio su barene e valli da pesca

Nel corso dei lavori, Saverio Fracaros e Stefano Sponza dell’Università di Trieste hanno illustrato i risultati di una ricerca sul ruolo delle barene lagunari e delle valli da pesca nella conservazione degli habitat e dell’avifauna acquatica protetti dalla rete Natura 2000 nella laguna di Marano e Grado.

Lo studio ha utilizzato analisi geomorfologiche, sedimentologiche, monitoraggi idrometrici e dati ornitologici per ricostruire gli effetti dell’innalzamento del livello del mare e delle variazioni idrologiche sugli habitat di nidificazione. Dalle indagini è emerso che un approccio multidisciplinare è necessario per leggere i cambiamenti in atto: acque alte ed eventi meteorologici intensi stanno infatti aumentando la vulnerabilità degli habitat lagunari.

Le barene naturali, in particolare, risultano sempre più esposte a erosione e sommersione, con una progressiva riduzione delle superfici emerse disponibili per la nidificazione. La ricerca ha evidenziato anche che il successo riproduttivo di diverse specie di uccelli acquatici dipende strettamente dalla quota e dalla stabilità delle superfici emerse. Molti nidi, infatti, sono esposti al rischio di essere sommersi durante maree eccezionali o episodi di maltempo.

In questo quadro, le valli da pesca e i dossi artificiali presenti nella laguna assumono un peso crescente nel garantire aree adatte alla nidificazione, purché siano mantenuti attraverso una gestione mirata dei livelli idrici e dei sedimenti legati alle ordinarie attività svolte nelle valli.

Il contributo delle università e il carbonio blu

Per il partner di progetto Conisma, consorzio che riunisce numerose università italiane impegnate nella ricerca marina e ambientale, sono intervenute l’Università Ca’ Foscari Venezia con Alice Stocco e Pietro Gorgosalice e l’Università degli Studi di Palermo con Salvatrice Vizzini.

I ricercatori di Ca’ Foscari hanno approfondito il ruolo delle barene come aree di vivaio naturale, di aggregazione e di accrescimento per le specie ittiche di pregio. Hanno inoltre richiamato il valore della conoscenza ecologica locale, intesa come integrazione tra ricerca scientifica sugli ecosistemi costieri e sapere pratico di chi vive la laguna ogni giorno, come pescatori e operatori locali.

L’Università di Palermo ha invece presentato i risultati di attività di ricerca sviluppate nella Laguna di Venezia e in aree costiere marine e zone umide di transizione e di acqua dolce di Croazia, Serbia e Grecia. Le indagini sono dedicate agli habitat vegetati lagunari e alla loro capacità di sequestrare il cosiddetto “carbonio blu”.

Queste ricerche puntano ad ampliare le conoscenze sul ruolo degli ecosistemi naturali nell’immagazzinamento del carbonio, mostrando come tutela e ripristino degli habitat lagunari possano contribuire sia al contrasto del cambiamento climatico sia alla conservazione delle aree essenziali per la crescita delle specie ittiche. Analisi analoghe sono state avviate anche nella Laguna di Marano e Grado.

Le prospettive indicate al workshop

A chiudere il workshop è stato il professor Fontolan, che ha richiamato le prospettive future per la gestione delle barene e per la conservazione degli ecosistemi lagunari. Durante l’incontro è stata evidenziata la necessità di rafforzare il monitoraggio ambientale e di sostenere anche economicamente i gestori delle valli da pesca, riconoscendone il ruolo nella tutela della biodiversità e nella resilienza degli ambienti costieri.

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