Veneto, il ricambio di 291mila lavoratori entro il 2029 mette alla prova imprese e territori

Il Veneto ha ancora più occupati che pensioni, ma il pensionamento di una generazione numerosa rende decisivi formazione, passaggi di competenze e capacità di attrarre lavoratori.

24 ottobre 2026 10:09
Veneto, il ricambio di 291mila lavoratori entro il 2029 mette alla prova imprese e territori -
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VENETO – Il punto non è ancora il sorpasso fra pensioni e occupati, ma il tempo che manca per organizzare il ricambio. Nel 2025 il Veneto contava 2.201.570 occupati e 1.850.128 pensioni vigenti, secondo l'elaborazione dell'Ufficio studi CGIA su dati INPS e Istat ripresa nel quadro diffuso il 24 ottobre. Il saldo è quindi ancora positivo per 351.442 unità. Ma entro il 2029 circa 291.200 lavoratori veneti raggiungeranno l'età pensionabile: una uscita potenziale pari a poco più del 13% degli occupati attuali.

Questo non è un conto alla rovescia verso una regione senza lavoro, né una previsione di altrettanti posti automaticamente vacanti. Occupati, pensioni e pensionati sono grandezze diverse: una persona può ricevere più prestazioni e il numero delle pensioni non coincide con quello dei beneficiari. L'INPS rileva infatti che, a livello nazionale, i beneficiari di prestazioni pensionistiche ricevono in media 1,4 pensioni ciascuno. È però un segnale concreto per aziende, servizi e amministrazioni: una generazione molto numerosa sta uscendo dall'età lavorativa e la sua esperienza non si sostituisce da sola.

La fotografia di oggi: un margine, non una garanzia

Il Veneto mantiene un rapporto migliore di molte aree italiane. Il dato va letto senza semplificazioni: le pensioni vigenti includono prestazioni previdenziali e assistenziali e gli occupati comprendono dipendenti e autonomi. Non descrivono quindi un rapporto diretto fra chi paga contributi e chi riceve una sola pensione. L'Osservatorio INPS su prestazioni e beneficiari invita proprio a distinguere le due misure: a fine 2024 in Italia risultavano 23 milioni di prestazioni e 16,3 milioni di beneficiari.

La differenza è importante anche per il dibattito locale. Dire che una regione ha “più pensioni che occupati” non significa che ogni pensionato corrisponda a una singola persona o che il sistema previdenziale regionale si finanzi isolatamente. Il Veneto, come tutte le regioni, è parte del sistema nazionale. Ciò che il confronto segnala è la pressione demografica che si trasferisce su imprese, lavoro di cura, consumi e servizi pubblici.

La base demografica spiega perché il tema non può essere rimandato. Al Censimento del 31 dicembre 2024 il Veneto aveva 4.853.472 residenti, un totale sostanzialmente stabile rispetto all'anno precedente, come riporta la diffusione territoriale Istat. Stabilità del totale non vuol dire stabilità delle età: le generazioni del baby boom si avvicinano o entrano nella pensione, mentre quelle che si affacciano al lavoro sono meno numerose.

Il dato più vicino: 291mila uscite potenziali in quattro anni

La stima CGIA considera il periodo 2025-2029 e misura le persone che, per età, potrebbero lasciare il mercato del lavoro. Non è un elenco di dimissioni né una previsione di assunzioni: una parte può continuare a lavorare, uscire in momenti diversi o essere sostituita all'interno della stessa azienda. Il valore del dato sta nel rendere visibile la scala del passaggio: quasi 300mila rapporti di esperienza, mestieri, relazioni con clienti e conoscenza di impianti da trasferire in pochi anni.

Il ricambio non riguarda soltanto la grande fabbrica. Nel Veneto delle piccole e medie imprese, l'uscita di un tecnico, di un manutentore, di un caporeparto, di un addetto amministrativo o del titolare può mettere insieme competenze che non sono scritte in una procedura. Per questo il pensionamento è diverso dalla normale mobilità: non si risolve sempre pubblicando un annuncio quando la persona ha già lasciato il posto.

Nel manifatturiero, nell'edilizia, nei trasporti, nell'agricoltura e nei servizi alla persona il problema cambia forma ma resta lo stesso: trovare una persona non equivale a renderla operativa. Chi entra deve acquisire sicurezza, linguaggio tecnico, strumenti digitali e conoscenza del cliente; chi esce deve avere tempo per affiancare. È il motivo per cui il calo delle imprese artigiane venete e la sfida del ricambio non sono un tema separato dalla demografia: botteghe e subfornitori dipendono spesso da competenze concentrate in poche persone.

Belluno e Rovigo mostrano dove il margine è già più sottile

La media regionale nasconde geografie molto diverse. Le elaborazioni CGIA segnalano Belluno e Rovigo come le due province venete in cui le prestazioni pensionistiche superano già gli occupati. Il dato non autorizza a descriverle come territori fermi: misura un rapporto fra due aggregati, non il dinamismo di ogni comune o settore. Ma avverte che nei territori con popolazione più anziana e centri piccoli il ricambio incontra contemporaneamente meno giovani, distanze maggiori e servizi da mantenere.

Nel Bellunese incidono la dispersione territoriale e l'accessibilità; in Polesine il nodo è anche la tenuta della popolazione in età attiva. Il confronto già ricostruito da Nordest24 sul quadro di Bellunese e Polesine fra anzianità e lavoro aiuta a non trattare il Veneto come un blocco unico. Un'impresa di montagna che cerca un elettricista o un operatore sociosanitario non affronta le stesse condizioni di una realtà della pianura vicina a un grande polo formativo.

La conseguenza per i residenti è molto concreta: quando la sostituzione non arriva, i tempi per un servizio, una manutenzione o una visita possono allungarsi; quando un'attività non trova continuità, una filiera locale perde un fornitore. Non è un esito inevitabile e non è possibile attribuire ogni chiusura al pensionamento. È, però, la ragione per cui il passaggio di consegne va visto come infrastruttura economica del territorio.

Formazione, salari e casa: le leve non sono intercambiabili

Una risposta seria non può ridursi a “servono giovani”. Le previsioni Istat sulle forze di lavoro, aggiornate con base al 1° gennaio 2025, descrivono un calo e un invecchiamento della popolazione attiva nel lungo periodo; l'Istituto ricorda che la partecipazione delle età mature può attenuare, ma non cancellare, la diminuzione delle classi centrali. Le previsioni delle forze di lavoro Istat sono scenari, non numeri già scritti: servono a capire perché formazione, occupazione femminile, mobilità e attrattività per lavoratori dall'estero devono muoversi insieme.

Per le aziende significa costruire percorsi prima della sostituzione: mappare le mansioni che dipendono da una sola persona, affiancare junior e senior, documentare procedure e aprire rapporti stabili con scuole, ITS Academy, università e centri per l'impiego. Non tutte le competenze sono trasferibili in un tirocinio breve e non tutti i ruoli richiedono una laurea; ma l'inserimento improvvisato diventa più costoso quando l'officina, l'ufficio o il cantiere hanno già perso il riferimento esperto.

Per chi cerca lavoro, il dato non è una promessa di assunzione. Indica invece dove conviene chiedere informazioni precise su contratto, formazione e prospettive. Nel Veronese, per esempio, le imprese dichiarano difficoltà di reperimento per oltre metà delle entrate programmate, ma il divario tra posti cercati e competenze nel Veronese mostra che domanda elevata e accesso semplice al lavoro non coincidono automaticamente. Esperienza richiesta, retribuzione, orari, trasporto e alloggio possono decidere se un posto resta scoperto.

Il passaggio generazionale riguarda anche la guida delle imprese

C'è poi un secondo ricambio, distinto da quello dei dipendenti: quello della proprietà. Nell'artigianato e nelle microimprese il titolare è spesso anche tecnico, commerciale e custode dei rapporti con fornitori e clienti. Se manca un successore, il pensionamento può tradursi in vendita, chiusura o perdita di una lavorazione. Il caso delle imprese trevigiane esposte al rischio di successione mostra perché il tema non si esaurisca nel numero di persone da assumere.

Le soluzioni utili non sono identiche per tutti: in un'azienda familiare può servire una successione pianificata; in una PMI un piano di sviluppo di responsabili intermedi; in un comparto stagionale una filiera formativa che renda il lavoro sostenibile durante tutto l'anno. Anche i Comuni e le Regioni hanno una parte pratica: trasporti, abitazioni accessibili e servizi per l'infanzia incidono sulla scelta di accettare o mantenere un impiego quanto un corso di formazione.

Il Veneto non è dunque al punto di pareggio, e il “sorpasso” evocato per i prossimi sette-otto anni resta una proiezione da non trasformare in certezza. Il fatto già misurabile è un altro: entro il 2029 una quota rilevante della forza lavoro potrà uscire dal mercato. Preparare oggi l'affiancamento, la formazione e la continuità delle attività è la differenza fra subire quel passaggio e usarlo per rendere più stabile il lavoro nel territorio.

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