Deepnude sui minori: anche le foto di scuola diventano materiale per abusi
Meter individua 592 minori nel monitoraggio sui deepnude, contro 125 nel 2025. L’allarme riguarda anche fotografie scolastiche e social.
Una fotografia in classe, un’immagine scattata in palestra, una storia pubblicata sui social. Non serve che un minore abbia condiviso una foto intima perché la sua immagine venga trasformata in un contenuto sessualmente esplicito. È questo uno degli aspetti evidenziati dall’Associazione Meter nel nuovo monitoraggio sul fenomeno dei deepnude, le immagini manipolate attraverso l’intelligenza artificiale per rappresentare una persona senza vestiti o in contesti sessuali.
Nel settembre 2026, l’associazione ha individuato 592 minori coinvolti, riconducibili a Italia, Messico, Spagna e Stati Uniti. Nello stesso mese del 2025 erano stati 125: il confronto restituisce 467 casi in più, con un numero circa 4,7 volte superiore rispetto a un anno prima.
Sono dati che descrivono quanto rilevato da Meter nei due periodi di osservazione. Non rappresentano un censimento complessivo del fenomeno, né consentono, da soli, di misurarne la diffusione nell’intera popolazione. Documentano però la dimensione del problema intercettato dall’associazione.
Le fotografie quotidiane diventano materiale per la manipolazione
Il punto di partenza può essere un’immagine ordinaria, realizzata senza alcun contenuto intimo. Nel monitoraggio compaiono fotografie scattate nelle aule, nei bagni delle scuole e nelle palestre, ma anche immagini condivise attraverso post e storie su profili social pubblici.
La manipolazione avviene quindi su materiale sottratto al suo contesto originario, senza che la persona rappresentata abbia prodotto, autorizzato o condiviso il contenuto risultante.
«Sono immagini della vita quotidiana che vengono sottratte al loro contesto e trasformate dall’intelligenza artificiale in contenuti sessualmente espliciti», spiega don Fortunato Di Noto, fondatore e presidente di Meter, che definisce il fenomeno «una nuova frontiera della pedocriminalità».
Il coinvolgimento dell’ambiente scolastico rende il tema vicino alla vita di ragazzi, famiglie e insegnanti: fotografie nate per documentare un momento comune possono essere utilizzate per una forma di violenza online.
Coinvolti anche bambini piccoli e immagini create da zero
L’attività di osservazione non riguarda soltanto gli adolescenti. Meter segnala anche immagini di bambini di tenera età manipolate e sessualizzate.
Accanto all’alterazione di fotografie reali, emerge un’altra categoria di contenuti: quelli nei quali la figura del minore viene generata interamente dall’intelligenza artificiale, senza partire dalla fotografia di un bambino esistente.
«Non siamo più soltanto davanti alla manipolazione di una fotografia reale», osserva Di Noto. «L’intelligenza artificiale può arrivare a costruire immagini di bambini completamente generate da zero, rendendo ancora più difficile distinguere l’origine del contenuto e aumentando la portata della minaccia».
Le due situazioni vanno distinte: da una parte ci sono persone reali la cui immagine viene utilizzata senza consenso; dall’altra, rappresentazioni interamente sintetiche. Il comunicato segnala entrambe, mentre il confronto numerico riguarda i minori individuati nei rispettivi monitoraggi.
Il rischio di alimentare la domanda di materiale di abuso
Per Meter, la produzione di questi contenuti solleva anche un problema relativo alla domanda di immagini di abusi reali.
Di Noto avverte che il materiale generato dall’IA «rischia di alimentare ulteriormente la domanda di materiale pedopornografico reale, aumentando l’interesse di chi cerca immagini di bambini e adolescenti vittime di abuso».
Si tratta di un rischio richiamato dall’associazione, distinto dal dato numerico del monitoraggio: i 592 casi individuati non dimostrano, da soli, questo possibile effetto.
L’intelligenza artificiale, sottolinea Meter, riduce inoltre le competenze tecniche necessarie per realizzare manipolazioni realistiche. La successiva condivisione può amplificarne la circolazione attraverso il darkweb e altri ambienti digitali.
La difficoltà di fermare la diffusione
Una volta condivise, le immagini possono essere ripubblicate e trasferite tra diversi spazi online. Meter richiama anche le difficoltà di intervento negli ambienti che offrono elevati livelli di riservatezza.
«Il problema è che queste immagini vengono poi condivise anche attraverso piattaforme social che garantiscono un’estrema privacy, rendendo più difficile interromperne la circolazione e individuare rapidamente i responsabili», afferma Di Noto.
L’allarme riguarda quindi sia la produzione sia la diffusione: fermare la manipolazione e contenere la circolazione dei contenuti sono due esigenze della tutela delle vittime.
Prevenzione, piattaforme e consapevolezza delle famiglie
Secondo Meter, il contrasto richiede responsabilità delle piattaforme, prevenzione e sostegno alle vittime, insieme a una maggiore consapevolezza tra minori, famiglie, comunità scolastica e istituzioni.
In questo quadro rientra l’attenzione agli strumenti di controllo genitori e alle impostazioni di privacy su WhatsApp, senza considerarli una garanzia contro la sottrazione o la manipolazione delle fotografie.
Altrettanto rilevante è il lavoro sull’educazione digitale e sulla navigazione consapevole: comprendere come possono circolare le immagini aiuta a riconoscere un rischio che non dipende soltanto dalla condivisione di contenuti intimi.
Il messaggio del monitoraggio è preciso: anche una fotografia quotidiana può essere utilizzata per colpire un minore. La responsabilità della manipolazione resta di chi la compie; la tutela deve partire da questa consapevolezza, senza attribuire colpe a chi compare nell’immagine.