Agricoltura, il Veneto è secondo in Italia: perché Verona pesa così tanto
Il report Confagricoltura-CGIA fotografa il 2025: oltre 8,2 miliardi di produzione in Veneto. Verona supera 1,3 miliardi di valore aggiunto, ma costi e clima restano il nodo del 2026.
VENETO — Il Veneto sale al secondo posto in Italia per valore della produzione agricola, dietro alla Lombardia e davanti all’Emilia-Romagna. La fotografia è quella del 2025: il valore regionale supera gli 8,2 miliardi di euro, con una crescita del 7,4% sul 2024 secondo il secondo Report 2026 di Confagricoltura Verona e Ufficio studi CGIA di Mestre, presentato il 28 settembre alla Camera di commercio di Verona. La sintesi della Tgr Veneto sul report conferma la graduatoria e il ruolo centrale del Veronese.
Il dato va letto con precisione. Il valore della produzione misura quanto valgono beni e servizi agricoli prodotti nel territorio; il valore aggiunto è invece la ricchezza che resta dopo i consumi intermedi, come energia, mangimi, concimi, sementi e altri input. Non sono due cifre sovrapponibili, né il primato regionale equivale automaticamente a maggior reddito per ogni azienda. È però un indicatore concreto della dimensione del comparto: dalle colture alle stalle, dalle cantine alle lavorazioni e ai servizi che collegano la campagna ai mercati.
Dentro questa crescita Verona è il perno. Il report stima per la provincia oltre 1,3 miliardi di euro di valore aggiunto agricolo nel 2025, più del 28% del totale veneto, e una crescita del 7,8%, superiore al +3,2% regionale indicato per questo indicatore. Gli addetti sono oltre 30 mila, circa il 35% dell’occupazione agricola veneta. Sono numeri che spiegano perché un’annata agricola scaligera non resta un fatto locale: ha effetti sulla domanda di lavoro stagionale, sulla logistica, sulle cantine, sulle imprese di trasformazione e sulle esportazioni.
Che cosa racconta davvero il secondo posto
Il sorpasso dell’Emilia-Romagna non è la notizia di una sola coltura né il risultato di una campagna uniforme. Il Veneto ha una base produttiva molto diversificata: viticoltura, allevamenti, ortofrutta, seminativi, riso, florovivaismo e attività di supporto. La scala del dato si comprende confrontandola con il quadro già tracciato da Veneto Agricoltura: nella sua analisi dell’annata 2024 la produzione ai prezzi di base era stimata in 8,05 miliardi di euro, mentre il valore aggiunto si fermava a 4,062 miliardi. La nota economica di Veneto Agricoltura elaborata su dati Istat documenta anche quanto possano incidere prezzi, quantità e costi nella lettura di un singolo anno.
Per questo gli 8,2 miliardi non dicono, da soli, che tutte le aziende abbiano avuto lo stesso risultato. Una parte della crescita può derivare da prezzi più alti, una parte da maggiori volumi e una parte dalla composizione delle filiere. Al tempo stesso i costi possono erodere i margini. È una distinzione essenziale anche per il lettore che non lavora in agricoltura: l’aumento del valore complessivo non è un listino dei prezzi al supermercato e non è una garanzia di redditività identica tra un vigneto, un allevamento, un frutteto o un’azienda cerealicola.
Il riferimento nazionale serve a inquadrare il risultato, non a semplificarlo. Nei conti economici dell’agricoltura per il 2025, Istat indica per l’Italia 80,1 miliardi di euro di valore della produzione agricola, in aumento del 3,9% sul 2024. Il report veronese utilizza elaborazioni territoriali proprie: è quindi corretto attribuire a quel report la classifica regionale e non mescolare automaticamente serie statistiche con perimetri o tempi di aggiornamento diversi.
Verona: non solo vino, ma una filiera che arriva all’export
La provincia scaligera ha un peso particolare perché mette insieme produzione primaria, trasformazione e vendite all’estero. Il report quantifica l’export agroalimentare veronese in quasi 4,8 miliardi di euro nel 2025, +5,1% sull’anno precedente. Il paniere comprende bevande e vino, ma anche carni lavorate, prodotti agricoli, lattiero-caseari, prodotti da forno e alimenti per animali. La provincia risulta seconda in Italia per export agroalimentare, dietro Cuneo, secondo l’elaborazione Confagricoltura-CGIA.
La distinzione fra agricoltura ed export agroalimentare è decisiva anche qui. I quasi 4,8 miliardi non sono il valore raccolto nei campi veronesi: includono il valore delle merci vendute all’estero dalle filiere e dalla trasformazione. Il loro interesse pratico è un altro: mostra quanto la domanda internazionale pesi su aziende, cooperative, trasporti, magazzini e industrie alimentari locali. La Germania resta il primo mercato di sbocco, con il 27,4% dell’export agroalimentare veronese; gli Stati Uniti sono indicati al sesto posto e sotto il 5% del totale. Ciò riduce l’esposizione diretta a un solo mercato, ma non elimina gli effetti di cambi, domanda estera e tensioni commerciali.
Il legame con il vino è forte ma non basta a spiegare tutto. Nelle settimane scorse Nordest24 ha raccontato come la vendemmia anticipata abbia spostato il calendario del lavoro agricolo veneto, con ricadute sulla disponibilità delle squadre, sui conferimenti e sulle cantine. Il risultato regionale del 2025 fotografa un consuntivo; la campagna 2026, invece, va letta territorio per territorio, perché caldo, acqua disponibile e qualità delle rese non sono uguali in ogni area.
Il punto debole: i ricavi crescono, ma la pressione sui costi non è finita
Il report segnala per il 2025 una sostanziale stabilità dei mezzi correnti di produzione: +0,8% rispetto al 2024. Non è però un ritorno ai costi pre-Covid. Nella comparazione proposta da Confagricoltura e CGIA, rispetto al 2019 il livello resta più alto del 28%; fra le voci citate figurano sementi (+50%), concimi (+43%), energia (+36%) e mangimi (+26%). Per un’impresa, quindi, una buona produzione o un export in crescita non cancellano il problema della liquidità necessaria per acquistare input e programmare la stagione successiva.
Questo punto riguarda anche il resto del Nordest. Il tema dei fertilizzanti e degli investimenti è emerso nello studio sui costi degli investimenti agricoli presentato da Condifesa TVB, mentre in Friuli Venezia Giulia Confagricoltura ha richiamato di recente i possibili effetti del CBAM sul prezzo dei fertilizzanti. Il timore per il caro fertilizzanti segnalato in FVG non prova un rincaro già uguale per tutte le aziende venete, ma mostra quanto il costo degli input sia una questione interregionale e non solo veronese.
Per i consumatori questa è la chiave per evitare una lettura semplicistica. Il valore agricolo descrive una produzione complessiva; il prezzo di un alimento dipende anche da lavorazione, distribuzione, energia, contratti e domanda. Per gli agricoltori, il confronto utile non è invece il solo record regionale, ma il margine aziendale: prezzo riconosciuto, resa, costi, fabbisogno finanziario e rischio climatico restano variabili distinte.
Che cosa si può dire già del 2026
Le previsioni del report indicano per Verona un ulteriore +1,6% del valore aggiunto nel 2026. È una stima, non un consuntivo, e va tenuta separata dai dati definitivi del 2025. Confagricoltura e CGIA indicano fra i fattori di incertezza l’energia, il gasolio, fertilizzanti e fitofarmaci, oltre alle conseguenze di temperature elevate e fenomeni meteo intensi. La prudenza non è un dettaglio formale: un aumento di valore può convivere con minori quantità, con costi in salita o con una qualità molto diversa da zona a zona.
Gli ultimi dati regionali aiutano a capire il contesto. Il Report sulla congiuntura agroalimentare di Veneto Agricoltura, pubblicato a luglio, attribuisce la crescita del valore del comparto anche all’effetto combinato di prezzi e volumi. È il promemoria più utile per leggere le prossime stime: occorre sempre chiedersi che cosa sta aumentando — quantità, prezzi oppure entrambi — e quale parte del valore resta effettivamente alle imprese.
Perché il dato interessa anche chi non coltiva
Un Veneto secondo in Italia per valore agricolo significa una filiera che pesa sull’economia quotidiana del territorio: lavoro stagionale e specializzato, trasporti, meccanica, vivaismo, trasformazione, ristorazione e commercio. A Verona questo effetto è più visibile per la concentrazione di valore aggiunto e di export, ma la catena non si ferma ai confini provinciali. Il vino, l’ortofrutta, la zootecnia e gli altri comparti collegano aree diverse della regione e, in diversi casi, anche Veneto e Friuli Venezia Giulia.
La notizia, dunque, non è soltanto una classifica. Il 2025 consegna al Veneto un avanzamento verificabile e a Verona una posizione di traino misurabile. Il test per il 2026 sarà più concreto: difendere margini e investimenti mentre il clima rende meno prevedibili le rese e i costi di energia e mezzi tecnici restano un rischio. È su questo equilibrio, più che sul numero in sé, che si misurerà la tenuta della seconda agricoltura italiana per valore della produzione.