Veneto, 30 milioni per trattenere i talenti: S.T.A.Y. punta a 1.500 laureati e ricercatori

Il nuovo piano regionale mette al centro l'incontro tra alta formazione e imprese. I dati spiegano perché il tema non è solo la fuga all'estero, ma la qualità delle opportunità disponibili qui.

03 novembre 2026 14:13
Veneto, 30 milioni per trattenere i talenti: S.T.A.Y. punta a 1.500 laureati e ricercatori -
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VENETO – Trenta milioni di euro per attrarre e trattenere competenze qualificate, con l'obiettivo dichiarato di coinvolgere 1.500 tra laureati e ricercatori. Il piano regionale S.T.A.Y. arriva in una fase in cui il Veneto continua ad avere università capaci di richiamare studenti, imprese che cercano professionalità e, contemporaneamente, una parte di giovani che sceglie di costruire altrove il proprio percorso. Il punto non è quindi soltanto quanti talenti partono: è se il territorio riesce a offrire lavoro coerente con gli studi, ricerca finanziata, percorsi di crescita e condizioni di vita sostenibili.

La misura presentata dalla Regione non va letta come la promessa di un assegno automatico da 20mila euro a persona, ottenuto dividendo le risorse per il numero di destinatari. Quella sarebbe una semplificazione senza base: alla data della presentazione non risultano pubblicati un bando operativo, una graduatoria, requisiti di accesso, importi individuali o scadenze per le domande. Il dato verificabile è l'investimento complessivo annunciato e il traguardo di 1.500 beneficiari o persone coinvolte; le modalità con cui le risorse saranno distribuite determineranno il valore concreto del programma.

Questa distinzione è importante sia per chi sta completando gli studi sia per le aziende. Un piano per i talenti può funzionare se crea occasioni durevoli di lavoro e ricerca, non se alimenta soltanto attese su contributi che devono ancora essere regolati. Nei prossimi mesi, atti, avvisi e criteri saranno la prova decisiva per capire chi potrà accedere, quali progetti saranno finanziati e in che modo università, centri di ricerca e imprese potranno partecipare.

Il Veneto trattiene molti laureati, ma perde una quota strategica

I numeri regionali descrivono un quadro più complesso dello slogan sui “cervelli in fuga”. Non ogni laureato veneto parte e non ogni trasferimento equivale a una perdita permanente. La statistica regionale sui laureati, basata sui dati AlmaLaurea, indica che il 76,6% dei laureati di secondo livello residenti in Veneto e intervistati a un anno dal titolo lavorava nella regione; il 19,7% era occupato in un'altra regione italiana e il 3,7% all'estero. La capacità di trattenere una larga maggioranza esiste, dunque, ma non rende marginale il problema della mobilità.

Il dato più netto riguarda i flussi giovanili verso l'estero. Secondo l'analisi dell'Ufficio statistico del Veneto, nel 2023 hanno trasferito la residenza fuori dall'Italia 5.584 giovani italiani fra 18 e 39 anni, il 10,8% in più dell'anno precedente. Nel decennio considerato, le partenze di giovani italiani sono state 51.102 contro 16.626 rientri: il saldo è negativo per 34.476 persone. Fra gli italiani di quella fascia d'età trasferiti all'estero nel 2022, il 48,2% possedeva una laurea o un titolo superiore, quota quasi doppia rispetto al peso dei laureati nella popolazione veneta 18-39enne.

Non significa che tutti questi trasferimenti siano provocati dallo stesso fattore, né che una politica regionale possa o debba impedire la mobilità. Esperienze all'estero, percorsi di ricerca e carriere internazionali fanno parte della formazione contemporanea. Il problema per un territorio è un altro: perdere in modo stabile persone formate e non essere capace di riportarle dentro filiere produttive, laboratori, servizi sanitari, università e pubbliche amministrazioni.

Le ragioni della partenza: lavoro, stabilità e ricerca

La fotografia regionale consente di andare oltre le spiegazioni generiche. Per i laureati degli atenei veneti occupati all'estero cinque anni dopo il titolo, il 35% indica come ragione principale del trasferimento un'offerta di lavoro interessante ricevuta da un'azienda straniera; il 32,7% richiama l'assenza di opportunità di lavoro adeguate in Italia. La stessa analisi segnala che il 6,7% cita la mancanza di fondi per la ricerca. Sono dati riferiti al 2022, quindi non una misurazione dei risultati di S.T.A.Y., ma mostrano quale nodo il nuovo piano dovrà affrontare.

Conta anche la prospettiva di chi è già fuori: il 34,1% degli occupati all'estero considera molto improbabile un rientro in Italia nei prossimi anni e un ulteriore 34,5% lo considera poco probabile. La distanza non riguarda soltanto la retribuzione. Contratti più stabili, possibilità di crescita, organizzazione del lavoro, reti internazionali e qualità delle infrastrutture di ricerca concorrono alla scelta. Perciò un incentivo isolato può alleggerire un passaggio iniziale, ma non sostituisce un progetto professionale riconoscibile.

Il Veneto ha nello stesso tempo una capacità di attrazione da non sottovalutare. Nell'anno accademico 2023/24 quasi 6mila giovani con cittadinanza estera hanno scelto gli atenei veneti: erano il 5,1% degli iscritti, oltre cinque volte il valore del 2010/11. I dati sono raccolti nel focus regionale sull'attrattività universitaria. Studiare in Veneto, però, non garantisce che la prima esperienza di lavoro o di ricerca resti in Veneto. È proprio nel tratto fra laurea, laboratorio e impresa che il piano dovrà dimostrare la propria utilità.

Il passaggio critico è l'incontro fra competenze e imprese

Nel sistema produttivo veneto la domanda di personale e l'offerta di competenze non coincidono automaticamente. A Padova, per esempio, il Career Day organizzato a fine ottobre ha riunito oltre 500 studenti, quasi 200 persone in cerca di occupazione e 44 imprese. Nello stesso territorio, dati Excelsior ripresi da CNA Padova e Rovigo indicano difficoltà di reperimento per il 54,2% delle figure ricercate; per dirigenti, professionisti ad alta specializzazione e tecnici il valore arrivava al 64,5%. La giornata di incontro fra formazione e aziende racconta questa contraddizione: le posizioni aperte non sono sempre raggiungibili o adatte a chi entra nel mercato, e un colloquio non equivale a un'assunzione.

Il fenomeno non riguarda solo Padova. Nel Veronese, le 12.110 entrate previste dalle imprese a settembre erano accompagnate da una difficoltà di reperimento del 52,1%, come emerge dal confronto aperto dal Recruiting Day tra Verona e Vicenza. Le aziende dichiarano bisogno di competenze; laureati e giovani specializzati chiedono invece ruoli, salari e prospettive all'altezza della formazione. S.T.A.Y. avrà un impatto solo se riuscirà a rendere meno casuale questo incontro, senza confondere la scarsità di candidati con la disponibilità di buone occasioni per ogni profilo.

Un precedente utile è l'accordo fra Regione Veneto e Camera di commercio di Padova per avvicinare brevetti universitari e imprese. L'intesa approvata a settembre prevede quasi 180mila euro e punta a coinvolgere almeno 200 aziende, attraverso mappatura del patrimonio brevettuale e contatti con le realtà potenzialmente interessate. Come spiegato dalla Regione nell'annuncio dell'accordo, l'obiettivo è trasformare conoscenze e brevetti in opportunità professionali e imprenditoriali. Non è ancora un elenco di assunzioni o licenze concluse: è un meccanismo di collegamento. Ma mostra il terreno pratico su cui un programma da 30 milioni può fare la differenza, se finanzia progetti verificabili e non solo iniziative di vetrina.

Che cosa dovrà chiarire il programma

Per laureati, ricercatori e imprese, la notizia utile non è una cifra media ricavata a tavolino. Sono le regole che trasformeranno l'annuncio in un'opportunità concreta. Il primo punto è la platea: servirà sapere se il piano riguarda residenti, laureati negli atenei veneti, persone rientrate dall'estero, dottorandi, ricercatori, startup o aziende che assumono. Il secondo è la forma del sostegno: borse, contratti di ricerca, incentivi all'assunzione, dottorati industriali, servizi di orientamento o investimenti nei progetti sono strumenti diversi, con effetti diversi.

Il terzo punto è la durata. Un inserimento di pochi mesi può facilitare un primo contatto, ma non risolve da solo il divario di stabilità che i dati individuano fra chi resta e chi parte. Il quarto è la misurazione: il programma dovrebbe rendere pubblici destinatari, progetti finanziati, occupazioni attivate e tenuta dei rapporti dopo la conclusione del sostegno, nel rispetto dei dati personali. Senza questi elementi sarà possibile contare le risorse impegnate, non valutare quanti talenti siano davvero rimasti o arrivati in Veneto.

Esiste inoltre un tema di inclusione. Una ricerca dell'Università di Padova su 524 studenti delle scuole superiori ha rilevato che il 33% ha già un'idea imprenditoriale e il 65% sarebbe interessato a una formazione per futuri imprenditori; la stessa indagine ha evidenziato una distanza significativa fra ragazzi e ragazze nella propensione dichiarata a fare impresa. La ricerca sulle aspirazioni imprenditoriali degli studenti non misura i laureati destinatari di S.T.A.Y., ma richiama un'esigenza concreta: accesso ai percorsi, reti professionali e informazione non possono dipendere soltanto da conoscenze personali.

Una prova per il territorio, non solo per i singoli beneficiari

Il successo del piano non si misurerà dal numero di slogan sulla fuga dei cervelli. Sarà nella possibilità per una giovane ricercatrice di proseguire un progetto in un ateneo o in una Pmi innovativa, per un laureato di trovare un primo incarico qualificato senza dover rinunciare a stabilità e crescita, per un'impresa di accedere a competenze che oggi fatica a intercettare. E sarà anche nella capacità di attirare chi arriva dall'estero o da altre regioni e di offrire ragioni professionali concrete per restare dopo il titolo.

Per ora S.T.A.Y. mette sul tavolo una dimensione finanziaria rilevante e un obiettivo numerico preciso. La fase successiva dovrà aggiungere ciò che manca a ogni programma pubblico appena annunciato: tempi, destinatari, procedure e risultati controllabili. È su questi atti, più che sull'etichetta del progetto, che cittadini e imprese potranno misurare se i 30 milioni avranno accorciato davvero la distanza tra formazione di qualità e lavoro qualificato in Veneto.

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